RISCOPRIAMO IL VOLTO DELL’OSPITALITÀ

Finalmente in Italia e in Europa si ricomincia a guardare con speranza al futuro. Ora la sfida che ci attende è non ripartire dal punto nel quale la pandemia ha fermato il mondo. Sarebbe un grave errore. Occorrono invece un pensiero nuovo, uno sguardo nuovo per costruire un nuovo noi. Ecco perché è fondamentale, mentre timidamente scopriamo il volto dalle mascherine, scoprire un modo nuovo di incontrare il volto dell’altro, il volto dell’ospitalità. Uno degli episodi più noti della Bibbia che si raccontano del padre Abramo è quello alle Querce di Mamre dove incontra tre pellegrini misteriosi, e fa un esercizio di ospitalità che diventa generativo per il futuro. «Il Signore riprese: “Tornerò da te fra un anno a que-sta data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio” […] E Sara rise» (Genesi 18, 10-12).

Il riso di Sara rappresenta forse meglio il nostro atteggiamento fino ad ora: un po’ disilluso nei confronti di un futuro che non siamo riusciti a immaginare diverso, schiacciati da egoismi e paure. Oggi invece è necessario uno sguardo creativo per trovare soluzioni nuove, per aprire strade in cui il compagno di viaggio diventa senso di un cammino che ha come orizzonte comune la promozione umana e la giustizia sociale.

Facciamo una nuova rivoluzione copernicana: finora abbiamo pensato che il nostro mondo fatto di certezze, affetti, sicurezze, fosse il mondo da difendere e proteggere. E invece proviamo a sperimentare una vita in cui anziché trincerarsi dietro muri fisici, politici e culturali ci si apra all’altro, al suo essere, al suo desiderio di felicità.

Proviamo ad accogliere anziché respingere, proviamo a metterci in ascolto delle ragioni dell’altro, a metterci nei suoi panni, proviamo a vivere come se il bene più prezioso da difendere fosse il bene comune. Ribaltando prospettive e punti di vista, ciò che minaccia diventerà ciò che va accolto e protetto. Chi arriva in fuga da guerre, persecuzioni, discriminazioni e ingiustizie sociali ci fa paura perché ci mostra ciò che potrebbe toccare a noi se non ci decidiamo a costruire la pace ogni giorno senza distrazioni o approssimazioni. Sentiamoci finalmente responsabili del mondo e di chi lo abita e riscopriamo finalmente il volto luminoso dell’ospitalità.

Camillo Ripamonti sj

Chi è oggi un rifugiato? Marcel, Stevan, Mary, Abdul: volti diversi di un mondo che non trova pace

La Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato del 1951 compie ben 70 anni. Nata dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, chi la scrisse e chi la ratificò lo fece nella convinzione che gli orrori appena vissuti non sarebbero mai più tornati, che le tragedie causate dai totalitarismi del secolo scorso sarebbero state vaccino efficace contro ogni violenza e conflitto.

È storia vissuta che le aspettative purtroppo furono tradite da nuove guerre, orrori inediti, persino genocidi, mettendo in fuga il numero impressionante di più di 80 milioni di persone.

Chi è un rifugiato? Questa domanda rivolta a operatori e volontari del Centro Astalli richiama alla mente tanti volti, tante storie, tanti incontri fatti in 40 anni di servizio in favore di chi arriva in Italia in fuga da guerre e persecuzioni.

Rifugiato è Marcel che in Camerun insegnava inglese e si stava per laureare in legge, fino a quando sono entrati in casa sua e hanno picchiato sua moglie per farsi dire dove si fosse nascosto. Manifestava per i diritti degli studenti anglofoni del Camerun e questo gli è costato caro.

Ha attraversato tanti confini, anche se come dice lui l’Africa i confini non ce li ha, sono formalità cui nessuno fa caso: “O meglio non ci fai caso fino alla Libia, poi lì le cose cambiano e se non stai attento rischi di finire in carcere, di essere torturato e ucciso senza capire neanche perché. Sono rimasto in Libia un mese, chiuso in una stanza di 4 metri. Eravamo in 50, dormivamo per terra, all’aperto, sen-za bagni e il cibo arrivava solo quando i nostri carcerieri se ne ricordavano. Poi un giorno ci hanno fatto salire su una barca, eravamo moltissime persone, troppe per stare tutti insieme in acqua. Siamo arrivati vivi in Sicilia, ancora non mi spiego come sia potuto accadere”.

È rifugiato Stevan che è scappato dall’Iraq perché il suo villaggio, abitato da una comunità di cristiani, è stato raso al suolo dall’Isis: tutto distrutto, tutto a fuoco, tutto perso. “Ricominciare in Italia è davvero dura, studiare mi piacerebbe ma devo lavorare per sopravvivere” dice.

È rifugiata Mary, in fuga dal’Etiopia. Oggi vive da sola a Roma tra mille difficoltà e una figlia da crescere: “Il lavoro non c’è, la pandemia ha complicato moltissimo tutto. Più di ogni altra cosa vorrei tornare a casa mia ad Addis, essere madre come lo è stata la mia, con una famiglia che ti aiuta, ti sostiene e non ti lascia mai. Qui non ce la faccio proprio. Ma se torno lo so che mi ammazzano come hanno fatto con mio marito e mio fratello”.

E poi c’è Abdul che arriva dal Gambia e lui il riconoscimento dello status di rifugiato non lo ha ottenuto. Ha ricevuto un diniego dalla Commissione Territoriale cui ha raccontato la sua storia e quella della sua famiglia: “Sono scappato perché non c’era cibo, perché avevo fame e la terra dei miei nonni, coltivata dai miei genitori, non dava più frutti, perché non piove da troppo tempo, ogni anno il raccolto è più povero, perché la siccità non dà tregua”.

Oggi a distanza di 70 anni lo status di rifugiato ha assunto definizioni e volti nuovi, motivi e cause da cercare anche al di fuori della persecuzione individuale. Non prendersi cura del mondo, deprivarlo delle sue materie prime, non ascoltare il grido di dolore di un pianeta sofferente significa che milioni di persone continueranno il loro cammino verso un mondo più giusto.

Donatella Parisi

SAN SABA: UN MODELLO GENERATIVO AI TEMPI DELLA PANDEMIA

“Ho affrontato trafficanti, deserto e onde del mare. Ero un ragazzo, ma sapevo che c’erano dei luoghi sicuri e che stavo lottando per salvarmi. Ora ho paura per il mio futuro: questo virus è un nemico invisibile da cui non si può fuggire e nessuno sa quando finirà”. Parlava così durante il primo lockdown P. G., un rifugiato di 20 anni originario del Senegal, ospite del centro d’accoglienza di San Saba all’Aventino.

Oggi la prospettiva è cambiata e ci stiamo proiettando verso la ripresa, ma resta un senso di incertezza, perché la pandemia ci ha costretti a ridefinire più volte i percorsi di integrazione e di autonomia che erano stati intrapresi, segnando profondamente il vissuto degli ospiti. Nonostante tutto, il centro ha dato prova di adattamento e capacità di reazione: le quarantene hanno cambiato le abitudini quotidiane e richiesto un forte impegno che, unito al senso di responsabilità, ha portato all’accettazione di restrizioni e regole comportamentali del tutto nuove: “Stare in comunità ci pone di fronte a responsabilità condivise ora più di prima. Vivere tutti la stessa situazione di costrizione ci unisce e ci rende più solidali” (I. B., 47 anni rifugiato dall’Eritrea).

Per quanto possibile si è cercato di volgere in bene le costrizioni imposte dalle norme di sicurezza e così alcuni ospiti hanno potuto anche recuperare e sviluppare competenze nuove o sopite: “Nel mio Paese ho sempre svolto l’attività di sarto, ma qui a Roma mi sono adattato ad altri lavori, lasciando da parte questa mia passione. In questo periodo di quarantena ho scoperto nuovamente il piacere di cucire e creare abiti. Sento di essermi riappropriato di una parte di me” (B. M., 25 anni dal Gambia).

Come durante il primo lockdown, la disponibilità di spazi esterni si è rivelata una risorsa preziosa per aiutare i rifugiati ad affrontare positivamente la situazione, in particolare attraverso la realizzazione di un orto sociale.

Agli ospiti del centro sono state fornite, anche grazie al progetto SAI, le attrezzature necessarie per creare le strutture adatte, come le recinzioni di legno da riempire di terra per avere delle coltivazioni rialzate, e questo ha attivato la loro creatività, facendo emergere le loro competenze e dando loro modo di metterle a servizio della comunità.

L’opera è ancora in fase di realizzazione, ma vedere le prime piante crescere e produrre frutto è un grande segno di speranza e di rinascita, anche per gli abitanti del quartiere che frequentano la Parrocchia di San Saba e che si fermano a osservare incuriositi, chiedendo come possono collaborare.

Giuseppe Trotta sj

L’UOMO IN CAMMINO NELL’OPERA DI FRANCO BATTIATO

Franco Battiato durante tutta la sua vita ha cercato di comprendere, attraverso l’esperienza artistica, gli aspetti fondanti ed essenziali dell’esperienza umana, che sono, principalmente, l’essere in movimento e la spiritualità che si immerge e si trasforma nella religione e nella cultura.

Il movimento è espresso dai numerosi nomi delle città citate nelle canzoni, che appartengono, soprattutto, alle zone del Medio Oriente, dell’Africa o dei Balcani; esse divengono anche simbolo di culture arcaiche, ancestrali, culle della nostra civiltà oppure luoghi martoriati da conflitti. E così troviamo Ninive e Cartagine, due città che devono essere distrutte, secondo il Libro di Giona (3,4) e secondo Catone – Carthago delenda est – oppure Istanbul, collegata a Venezia, crocevia di culture orientali, con gli «stessi palazzi addosso al mare», oppure le più moderne situazioni di conflitto, con «gli studenti di Damasco, vestiti tutti uguali», o «l’ira funesta dei popoli af-ghani».

Gli uomini per Battiato sono camminanti, viaggiatori, spesso non per tu- rismo, ma alla ricerca di un senso della vita ostacolato, negato, come canta in “Nomadi”: «Camminatore che vai Cercando la pace al crepuscolo».

La pace, inoltre, è in costruzione, non è una situazione data, ma costruita dagli stessi esseri umani, attraverso l’apertura all’altro: «I viandanti vanno in cerca di ospitalità» e in netto contrasto con le prevaricazioni e le arroganze dei potenti, come canta in Povera Patria: «Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali / che possa contemplare il cielo e i fiori, / che non si parli più di dittature, / se avremo ancora un po’ da vivere… / la primavera intanto tarda ad arrivare».

L’essere in movimento genera processi culturali profondi e molteplici modi di intendere il divino. L’essenza delle religioni per Battiato contiene la ricer-ca dell’armonia e della pace, all’inter-no di contrasti, di lotte per raggiungere il bene, come mostrano alcune sue opere colte che ha rappresentato.

Il profondo desiderio di pace è mo-strato anche nella “Messa arcaica”, una composizione per soli coro e orchestra, con la tradizionale successione di Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei e la cui prima rappresentazione fu eseguita, in maniera significativa, nella Basilica di San Francesco, ad Assisi nel 1993. E così anche la relazione con il sufismo e la sua pra-tica danzante, che simboleggia una riflessione sulla rotazione del cosmo, un movimento danzante che è essere tutt’uno con la pace e l’armonia contenuta nel cosmo, come canta in Voglio vederti danzare (1982): «Voglio vederti danzare come i Dervisches Tourners / che girano sulle spine dorsali o al suono di cavigliere del Katakali. / E gira tutt’intorno la stanza / mentre si dan-za, danza e gira tutt’intorno la stanza / mentre si danza».

Come mostra il percorso artistico di Battiato, la pace è una ricerca che procede dall’essere umano, è quel desiderio che porta a uscire fuori di sé per cercare non solo un luogo dove poter vivere e crescere, ossia affondare le radici, ma dove incontrare l’altro e accoglierlo con sguardo divino.

Claudio Zonta sj

I PASSI Avanti di A.

A., 26 anni, è arrivato a Padova dalla Somalia quattro anni fa, quando è stato costretto a lasciare la sua casa a causa della violenza diffusa dal gruppo terroristico Al-Shabaab e ad allontanarsi dalla sua famiglia, dalla moglie e dai suoi tre figli piccoli.


Agli operatori di Popoli Insieme ha espresso il suo bisogno e desiderio di autonomia lavorativa e abitativa.
Oggi A. è ospitato nell’appartamento di cohousing messo a disposizione dal progetto, ha intrapreso un importante percorso di orientamento lavorativo e soprattutto, nell’attesa di trovare lavoro e di poter far venire in Italia sua moglie e i suoi figli, si dedica allo studio dell’italiano e si sta impegnando per conseguire la patente.


“Mi piace avere molti programmi e cose da fare ogni giorno, imparare cose nuove e tenere la mente occupata. Non è più come prima che non avevo un obiettivo, avevo molti pensieri e mi preoccupavo talmente tanto che non riuscivo più a dormire. Adesso so cosa mi piacerebbe migliorare e dove mi piacerebbe arrivare.”


La forza del progetto PASSI Avanti è anche questa, spronare le persone a mettersi in gioco, non mollare e impegnarsi sempre, fino in fondo.

I PASSIAvanti di O.

O. ha 24 anni e viene dal Gambia. Vive a Trento da 4 anni e lavora in un ristorante giapponese.

Il suo lavoro gli piace, gli permette di mantenersi e di vivere in Trentino, dove ha tanti amici, anche se per il suo futuro O. ha un sogno: fare il falegname. Nel suo Paese ha studiato come lavorare il legno, ha anche ottenuto un diploma che però, purtroppo, in Italia non ha valore.

Grazie al Progetto PASSIAvanti, O. ha potuto frequentare una serie di seminari, rivolti ai richiedenti asilo e ai rifugiati, organizzati dal Centro Astalli Trento e dai sindacati attivi in Trentino. L’obiettivo di questi incontri è far conoscere ai lavoratori i loro diritti per evitare che diventino vittime dello sfruttamento lavorativo.

“I seminari sono stati molto importanti e utili” racconta O. “ho imparato come dev’essere un contratto, a riconoscere se è scritto nel modo giusto, e come leggere e controllare la busta paga”.

“Per chi è nuovo delle regole di un paese, questo supporto è molto importante” dice O. “ho conosciuto tanti ragazzi stranieri che lavorano in Trentino e che avrebbero bisogno di aiuto, ma non sanno a chi chiederlo, oppure temono di essere licenziati se fanno valere i propri diritti. Per questo essere informati è fondamentale.”

Il progetto PASSIAvanti è promosso da Centro Astalli, Centro Astalli Trento e Popoli Insieme.

Foto: Jesuit Refugee Service International

FARE SPAZIO AGLI ALTRI E COSTRUIRE LUOGHI DI PACE

Questa pandemia che è entrata nelle nostre vite in modo dirompente e improvviso ha purtroppo contribuito ad accentuare le ferite già presenti nella nostra società. Una società, l’ho detto molte volte, il cui tessuto connettivo era lacerato da divisioni economiche, territoriali e ideologiche. Le ideologie del tempo presente sono diverse da quelle del passato: mentre nel XX secolo si sono affermate ideologie politiche strutturate – in cui un partito o un gruppo assumevano il potere seguendo una dottrina filosofico-politica – oggi ci troviamo di fronte a visioni ideologiche dai contorni sfumati, in cui al posto di un partito c’è un network di attori politici, mentre al posto di una dottrina politica c’è un pensiero diffuso che si fa senso comune tra la gente.

Nel supermarket di queste ideologie liquide trova un posto di primo piano quel modus pensandi che tende a rappresentare l’altro come un nemico, il forestiero come un invasore e il povero come uno scarto. Su ciò si è innestata la pandemia le cui reali conseguenze potremo capirle soltanto tra qualche anno. La rabbia sociale e la caccia agli untori che in più occasioni si sono manifestate sono, da un lato, le tipiche reazioni degli esseri umani che si sono prodotte nel corso della storia in occasione di ogni epidemia; dall’altro lato, però, sono anche le conseguenze della cultura individualista che si era ormai affermata nella nostra società negli ultimi decenni. Mi riferisco in particolar modo allo sviluppo ipertrofico della cultura dell’“Io” o del “prima io” che, ben prima di ogni manifestazione politica, era ben presente nelle relazioni interpersonali e sui media.

In questo brodo culturale, come si può facilmente capire, c’è realmente poco spazio per lo sviluppo di una cultura dell’incontro con chi è “altro” da me. Nell’ultimo anno, con l’inizio della pandemia, i migranti e i rifugiati, ma anche i poveri e gli sfruttati, sono scomparsi dai radar dell’informazione e in parte anche dal dibattito politico. Ma non è scomparsa – e non scomparirà mai – la necessità di dar vita alla cultura dell’incontro, al dialogo della carità e alla costruzione dei luoghi di pace. Perché questo non è altro che l’incarnazione del Vangelo: il Vangelo del Samaritano, il Vangelo delle Beatitudini, il Vangelo di Cristo. *

*tratto dall’intervento in occasione della presentazione del libro “La trappola del virus” ed. Terra Santa – 11 febbraio 2021

S. Em. Cardinal Gualtiero Bassetti

Presidente CEI

Rapporto annuale 2021 Centro Astalli

Un anno con i rifugiati nel Rapporto del Centro Astalli

Trovate sul sito www.centroastalli.it il Rapporto annuale del Centro Astalli, con la descrizione delle attività realizzate nel corso del 2020 e i relativi dati statistici attraverso i quali presentiamo il nostro lavoro in favore di richiedenti asilo e rifugiati. Emerge inevitabilmente che la pandemia ha inferto un duro colpo ai migranti forzati che vivono in Italia rendendoli più vulnerabili, spaventati e soli.

Tra le difficoltà incontrate nel garantire servizi e portare avanti progetti e attività, il Centro Astalli resta, anche nei mesi più duri, riferimento per tanti in cerca di risposte. Grazie al servizio costante dei volontari, al sostegno di una rete di collaborazione diffusa e capillare, al desiderio sempre vivo di dare voce ai rifugiati, nel rapporto troverete descritta una realtà che la pandemia non ha fiaccato nella motivazione, rafforzandone l’impegno.

L’onda lunga degli effetti dei Decreti sicurezza ha avuto serie ripercussioni sui percorsi di integrazione e accoglienza di molti migranti forzati e in particolare del più vulnerabili: dato che emerge chiaramente dalla lettura dei diversi servizi del Centro Astalli. Un terzo degli utenti del SaMiFo sono persone con vulnerabilità, tra di loro vi sono 226 vittime di tortura certificata. Alle violenze subite nei Paesi di origine o in Libia, nel 2020 si aggiungono i racconti di maltrattamenti da parte delle forze di polizia sulla rotta balcanica. In un anno in cui sono arrivati in Italia circa 34mila migranti (dato Ministero dell’Interno), il Centro Astalli ha accompagnato 17mila migranti di cui 10mila nella sola sede di Roma.

Anche nell’emergenza sanitaria la principale urgenza rimane l’integrazione di richiedenti asilo e rifugiati. Per questo nel rapporto presentiamo azioni, attività e progetti sempre orientati alla loro inclusione sociale e all’eliminazione di ogni forma di razzismo e discriminazione nella società italiana, con un’attenzione particolare alla formazione delle nuove generazioni.

Donatella Parisi

OMAR RICOMINCIA DALLA SCUOLA

Omar non parla molto. Il suo livello di lingua italiana è ancora iniziale ma il suo silenzio, non dovuto solo a questo, parla di tanto altro. In classe molte risposte Omar ce le dà con gli occhi, oltre la mascherina che copre le espressioni ma non i sentimenti.

Con il passare dei giorni e dei mesi impariamo a conoscerci un po’ di più e di Omar, rifugiato sudanese di 31 anni proveniente dalla regione del Darfur, apprendiamo che è arrivato per la prima volta in Italia nel 2008, a Crotone, e da lì, non avendo più fiducia in chi gli chiedeva di aspettare, perché tradito molte volte nella sua terra martoriata dalla guerra, è ripartito alla ricerca di opportunità lavorative e di stabilità.

Ha lavorato come panettiere in Germania, come domestico in Francia, come manovale a Malta, sempre senza contratto perché il suo documento, emesso dallo Stato italiano, non è valido per lavorare in un altro Stato membro dell’Unione Europea. Nel 2020 rientra in Italia, a Roma, e si rivolge al Centro Astalli per iscriversi al corso di lingua italiana. Omar non chiede aiuto e solo dalle prime domande per la registrazione a scuola emerge che non ha un posto per dormire, che vive per strada, nel periodo di piena emergenza sanitaria.

Grazie alle strutture ponte messe a disposizione dalla Caritas e dalla Croce Rossa Italiana, Omar trova posto in accoglienza e può continuare, con più serenità, il suo percorso, non solo verso l’autonomia, ma soprattutto verso una riappropriazione di sé. Inizia, così, anche l’intervento di orienta-mento al lavoro, prematuro, certamente, rispetto alla sua capacità di interagire in lingua italiana ma fondamentale per iniziare anche solo a immaginare la ricostruzione di una vita e di un futuro in cui finalmente si potrà sentire nel posto giusto.

Omar inizierà a breve un tirocinio in agricoltura, nell’ambito del progetto TraIn, i suoi occhi ci dicono che ha voglia di fermarsi qui e di far sentire di nuovo la sua voce.

Cecilia De Chiara

Sui binari dell’integrazione

Si stanno avviando a conclusione le attività di TraIn – Train of Integration, progetto del Centro Astalli volto a favorire l’inclusione lavorativa di donne e giovani adulti migranti forzati.

L’iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Alstom, si è dedicata al rafforzamento dell’occupabilità di 53 beneficiari con attività orientate al miglioramento delle loro abilità informatiche e linguistiche – generali, ma anche specifiche, usate nei principali sbocchi lavorativi – e alla ricerca di nuove possibilità grazie a un’azione qualificata di orientamento professionale e legale.

Inoltre, nonostante il momento particolarmente complesso, sono stati attivati 8 tirocini formativi che hanno permesso ai destinatari di avere l’opportunità di acquisire competenze nuove spendibili nel mondo del lavoro.

SENEGAL IN PROTESTA

La sera del 4 marzo, il Senegal, paese dell’accoglienza e della convivenza pacifica, si è addormentato sotto incessanti colpi di fucile e di fumogeni.

Giorni di tensione scaturiti da un fatto giudiziario: Ousmane Sonko, uno dei principali oppositori di Macky Sall, presidente in carica, è stato privato dell’indennità parlamentare a seguito della votazione dell’Assemblea Parlamentare, per essere sottoposto a un procedimento penale con l’accusa di violenza sessuale. Tale circostanza ha creato notevoli tensioni nel Paese a causa del sospetto di molti che l’inchiesta giudiziaria potesse essere solo un modo per togliere di mezzo un avversario politico in vista delle elezioni presidenziali del 2024.

Una vicenda che si svolge in un Paese che sta vivendo una grossa crisi economica e che resta sottoposto a tutta una serie di misure volte a preservare dal Covid19 ma che stanno limitando le attività economiche e rendendo più povero chi lo era già molto ma anche chi magari riusciva ad avere una vita dignitosa. Giorni di tensione che hanno sorpreso i cittadini senegalesi e la comunità internazionale, una violenza che sembrava inarrestabile e che ha causato anche dei morti, tutti giovanissimi. Le folle si sono riversate nelle strade distruggendo quanto a portata di mano, in particolare supermercati e locali commerciali di proprietà francese. La Francia, nemico/amico, di questo Paese che ha conquistato l’indipendenza nel 1960 e che, guidato saggiamente dal suo primo Presidente, ha avviato il suo cammino verso l’autonomia e lo sviluppo.

La sera dell’8 marzo il Presidente Macky Sall ha parlato alla nazione per richiamare tutti allo spirito di coesione che caratterizza il Paese, per sottolineare quanto il Governo ha fatto per aiutare i cittadini a sopportare la pressione della crisi economica promettendo un alleggerimento delle misure restrittive. Tra le righe ha inoltre assicurato che rinuncerà a un terzo mandato e che quindi accetterà, al giusto momento, un cambio di guida. La stessa sera anche Sonko, agli arresti domiciliari dopo l’udienza preliminare, ha fatto un discorso alla nazione per celebrare la leadership dei giovani che hanno deciso di diventare protagonisti e di essere agenti di cambiamento, e per sottolineare però che l’obiettivo saranno le elezioni del 2024, verso cui la marcia è cominciata. Le strade sono state pulite dai calcinacci, dai vetri e dalla cenere. Le scuole hanno aperto dopo una settimana di porte chiuse, il clima sembra tranquillo.

Resta il fatto che i giovani senegalesi hanno espresso ancora una volta il loro disagio, il loro bisogno di essere ascoltati e di avere opportunità. Non è un caso che il centro di tutte le rivolte sia stata l’università, già teatro di tensione negli scorsi anni. Un rappeur canta che non c’è scelta, o la piroga o un proiettile. Sta a tutti gli attori, senegalesi, internazionali, istituzionali e non, attrarre questa forza e canalizzarla positivamente. La chiave dello sviluppo africano è in mano a questa gioventù che domanda giustizia e chiede a viva voce di non essere strumentalizzata dagli interessi politici del momento.

Alessandra Piermattei

Titolare Sede Estera – AICS Dakar