Per una cittadinanza della partecipazione

Il tema della cittadinanza, nato come espressione di uguaglianza, sta diventando un formidabile coefficiente di discriminazione. Ho avuto occasione di approfondirlo più volte e con grande interesse nella mia esperienza alla Corte Costituzionale. In tale sede si è molto discusso sulla distinzione fra ‘migrante economico’ e ‘rifugiando’, anche in relazione alle risposte che come italiani, ma anche come europei, abbiamo dato alle migrazioni avvenute in seguito al terremoto geopolitico sull’altra sponda del Mediterraneo.

Vorrei provare a riflettere sul significato del concetto di cittadinanza, che a mio parere deve evolvere da un concetto di cittadinanza come appartenenza iure sanguinis a cittadinanza come partecipazione. La grande sfida che ci viene posta al tempo della globalizzazione è questa.

Il tema della cittadinanza è fondamentale in riferimento alla Costituzione e coinvolge una serie di problemi: l’eguaglianza tra chi è cittadino e chi non lo è; il godimento dei diritti costituzionali (se sono uguali i diritti costituzionali per il cittadino e per il non cittadino); e, infine, il tema del rapporto tra libertà e autorità.

Il concetto di cittadinanza, nato come concetto di eguaglianza in contrapposizione a precedenti schemi in cui alcune categorie erano privilegiate per ragioni di corporazioni, di censo o di altro tipo, riguarda oggi il rapporto tra il trattamento del cittadino e il trattamento dello straniero, in un contesto come quello attuale di migrazioni di massa.

La Costituzione riconosce all’art. 120 il diritto di libera circolazione sul territorio nazionale e la Dichiarazione Universale della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo riconosce lo stesso diritto a livello internazionale, sia per la libera circolazione all’interno degli Stati, sia per il divieto di espulsione e per la libertà di uscire dagli Stati.

Oggi tutto questo si traduce in un diritto fondamentale di spostarsi sul pianeta, diritto fondamentale che è diventato una necessità di fronte alle guerre che ci affliggono e di fronte alla fame. Però, la libertà di emigrare non corrisponde alla libertà di immigrare: al diritto di ciascuno di sistemarsi dove vuole o di andare dove può per sfuggire ai problemi (migranti economici e rifugiati) non corrisponde un’analoga libertà di immigrazione. La Corte Costituzionale, ad esempio, riconosce allo Stato la possibilità di regolare e limitare l’immigrazione alla stregua di una serie di interessi pubblici connessi alla sicurezza, alla sanità, all’ordine pubblico, ai vincoli e alla politica internazionale: una scelta discrezionale che spetta al legislatore, purché non sia gestita in modo irragionevole e in termini esclusivamente di sicurezza e di ordine pubblico.

L’altro punto, che voglio solo accennare, riguarda quello che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo considera come il diritto ad acquistare e cambiare la cittadinanza: la regola di fondo è che nessuno può essere privato della cittadinanza e che tutti hanno il diritto ad avere una cittadinanza. In un mondo caratterizzato da guerre in continua evoluzione, il rischio di trovarsi senza cittadinanza sta diventando sempre più forte.

L’acquisto e la disciplina della cittadinanza pongono un problema: oggi la democrazia iure sanguinis (cioè quando si acquista la cittadinanza per sangue, perché si nasce da genitori appartenenti ad un Paese) non è ancora integrata da quella che viene definita la democrazia iure electionis, cioè la scelta di una cittadinanza collegata al radicamento sul territorio e alla volontà dell’interessato.

Oggi, acquistare la cittadinanza italiana è difficile perché le condizioni di acquisto sono rigorose: la residenza per lungo tempo e un iter burocratico complicato, che non so quanto si concilino con l’art. 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. È estremamente importante arrivare a superare la contrapposizione fra lo statuto costituzionale del cittadino e lo statuto costituzionale alla luce dei valori comuni della pari dignità (art. 3 della Costituzione che, nonostante sia destinato ai cittadini, vale per tutti) e dei diritti inviolabili della persona, che mal si conciliano con quella serie di categorie formali sul quale ci siamo sbizzarriti e che riuniamo nella distinzione tra i cosiddetti migranti economici e gli altri; come se il migrante economico – colui che fugge da morte per fame –  non abbia gli stessi diritti di colui che fugge da persecuzione o a causa del timore della morte per ragioni politiche.

Dobbiamo passare dal concetto di comunità dell’appartenenza a quello di comunità della partecipazione.

Il diritto politico dello straniero è un tema che coinvolge il cardine della democrazia. È difficile, oggi, giustificare i diritti di partecipazione politica ai soli cittadini una volta che abbiamo superato la visione naturalistica della comunità politica e abbiamo messo al suo posto la collettività insediata nel territorio. Noi siamo lenti a riconoscere in positivo la parità tra cittadini e stranieri correndo il rischio di perpetuare mediante questa distinzione quelle differenze classiste alle quali facevo accenno all’inizio. Penso che una democrazia iure sanguinis sia discriminante non come, ma in modo abbastanza vicino, alla democrazia censitaria, proprio perché dobbiamo passare dalla comunità dell’appartenenza alla comunità della partecipazione. Sul terreno dei diritti dei cosiddetti ‘diversi’, di quelli che rischiano di avere meno dignità (detenuti, migranti economici…) è tempo di affrontare una battaglia di civiltà.

In fondo, è questa la via indicata già dalla nostra Costituzione – forse non del tutto consapevolmente – quando dopo la guerra si scrisse l’articolo 10 di essa. In una Italia nella quale era ancora vivo il dramma dell’emigrazione per fame e dei viaggi della speranza, i padri costituenti ebbero il coraggio e l’intuizione di riconoscere il diritto di asilo anche a chi cercava la libertà e la democrazia, non solo a chi fuggiva dalla persecuzione. Una intuizione che dovremmo tener presente oggi, in un’Italia diventata – per la sua posizione geografica e per il suo benessere – terra di immigrazione e non più soltanto di emigrazione.

 

Giovanni Maria Flick

Presidente emerito Corte Costituzionale

Da oggi l’Italia sono anch’io

EditorialeSono cittadino italiano da un mese. Da undici anni rifugiato in Italia. Nato in Kossovo 25 anni fa. Cifre e date che affollano la mia mente da quando il pubblico ufficiale, davanti al quale ho giurato fedeltà alla Costituzione, mi ha detto testualmente “da oggi la comunità italiana ti dà il benvenuto”. Di tutta la cerimonia per l’attribuzione della cittadinanza, questa è la frase che mi ha colpito di più.
Dopo undici anni, quasi la metà della mia vita, passati in Italia, solo ora sono il benvenuto.
Estraneo fino a un mese fa. Sembra essere questo il significato di quel benvenuto. Eppure tanta diversità non mi appartiene, non più.
Nelle orecchie non risuona più l’esplosione delle bombe, negli occhi il fuoco che incendiava la mia casa si è spento e l’odore della guerra che respiravo in Kossovo è sparito.
Ho imparato ad avere due patrie, ad essere diverso da quello che ero. Di mio padre porto il nome, onoro la memoria, ho lo stesso sangue, ma sono altro da lui e da quello che sognava per me.
Sono italiano. Non è la discendenza a dare la cittadinanza, è la sorte. Non puoi decidere. Chi sceglierebbe la guerra, la morte, la distruzione, la fuga?
Ora sono qui a Roma con parte della mia famiglia, scappato di notte, dalle bombe. In quel viaggio ho conosciuto la morte, mi è passata vicino. Mi ha schivato per puro caso.
Arrivato bambino ho dovuto capire, elaborare, superare. Troppo per la mia età e per la mia mente, un’enormità per il mio cuore.
Sono italiano, ma non da un mese, da tanto tempo e non so dire da quando. Forse da quando di notte ho cominciato a sognare in italiano? Da quando ho preso il diploma di maturità? Da quando ho capito che da grande volevo fare il cuoco? Da quando ho deciso che Barbara sarebbe stata il mio futuro?
Non so dire da quando, ma certamente non da un mese.
L’Italia è stata il Paese che mi ha protetto e ora è il mio Paese. Come lo è per mia madre, mio fratello, mia sorella e la sua bambina che aveva 2 mesi quando siamo arrivati.
A differenza di me e mia madre, gli altri non sono stati ancora chiamati per prendere formalmente la cittadinanza. Alla richiesta di spiegazioni il pubblico ufficiale ha fatto un vago riferimento a un nebuloso problema burocratico. Ho capito e annuito senza replicare. L’ennesima prova che sono italiano. Chi altri, se non un italiano, può accettare che un problema burocratico impedisca il riconoscimento di un diritto?

Safet Mulaj

(Storia raccolta dal Centro Astalli)

Mirra e i suoi figli in Congo

P1000224Li ha seguiti da lontano, sempre, per 12 anni, con tenacia e non senza difficoltà. Ha spedito la crema solare ogni mese per 12 anni, la crema per i suoi figli albini, in un paese in cui essere bianchi è un problema di pelle e tanto altro.

Di fatto non li ha mai lasciati. Sapeva ogni giorno come andavano a scuola, quali amici frequentavano e cosa mangiavano. Danielle e Josuè oggi frequentano la terza media e il liceo scientifico a Centocelle, nella periferia Est di Roma. Imparano velocemente l’italiano, a prendere la metro, a ritrovare una quotidianità di figli, interrotta troppo presto.

Arrivati tre settimane fa, dopo le lungaggini e i costi della procedura per il ricongiungimento familiare, “Un giorno saranno italiani” dice convinta Mirra, senza badare ai problemi di una legge ferma da troppo tempo in Parlamento.

Anche al Centro Astalli  siamo convinti che lo saranno. Una mamma rifugiata che ci ha messo 12 anni prima di poter riabbracciare i suoi figli non ha mai dubitato neanche per un momento che un giorno sarebbero arrivati. Mancanza di un lavoro, di un alloggio stabile, assenza di prospettive, Mirra ha scalato tutte queste montagne e molte altre, andando anche contro chi le sconsigliava di insistere.

Ha saputo aspettare. “Arriveranno quando starò bene, quando staremo bene insieme”. Ci ha parlato tutte le settimane, è riuscita a mantenere vivo un legame minato da violenze e persecuzioni. Ci è riuscita. All’aeroporto si sono riconosciuti, abbracciati, ritrovati. Due adolescenti congolesi catapultati in Italia. Oggi nei loro occhi non c’è smarrimento, non c’è sofferenza, c’è la consapevolezza con cui sono cresciuti, che un giorno sarebbero arrivati.

C’è riuscita Mirra, li ha portati qui, è stata ogni giorno madre di due figli dall’altra parte del mondo. C’è riuscita grazie alla sua di madre, forte matriarca, rimasta vedova giovanissima, che si è fatta carico dei nipoti e di tutto il dolore di una famiglia colpita da anni di guerra e dittatura. Una storia tra un milione in Congo.

Le madri in grembo, in braccio, per mano portano il futuro. Una madre ogni giorno salva il mondo. È così da più di 2.000 anni e Mirra questo lo ha sempre saputo!

Donatella Parisi

Ti ho comprato, ora sei mio!

 

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Ero uno schiavo.
Non ci credi? Pensavi che gli unici schiavi che avresti incontrato nella tua vita sarebbero stati nei libri di storia o nei film sull’antica Roma? Beh, ti sbagliavi. Eccomi qui, in carne ed ossa, che cammino per le strade della tua città in cerca di lavoro, in cerca di una vita serena e libera, che nemmeno il tuo paese civile e democratico riesce a darmi.
Ero uno schiavo. Ma forse l’imperfetto non è il tempo verbale più corretto per parlare della mia schiavitù. Sì, adesso non appartengo più a un padrone, ma certo libero non sono.

Ti stupisci? E perché? Ho ventiquattro anni, quattordici dei quali passati ridotto in schiavitù: riesci a capire cosa vuol dire? Non credo proprio. Non si può capire, e non so nemmeno se si può spiegare.

Quattordici anni in una stanza grande quanto uno sgabuzzino, completamente vuota. Solo il giaciglio su cui dormire. Niente alle pareti, niente sul pavimento, niente armadio. Del resto anche se avessi avuto un solo cassetto, non possedevo nulla da metterci dentro, neanche un vestito.
Cos’è stata la mia vita in quei quattordici anni? Obbedire agli ordini del padrone e della padrona. Preparare il tè, pulire pavimenti e finestre, fare la spesa al mercato…

Tutto è cominciato quando avevo nove anni.

Vivevo con la mia famiglia in uno dei tanti villaggi della Mauritania, circondato da una bellissima foresta, che mi piaceva tantissimo. Avevo molti amici, ma il più speciale di tutti era Corias, il mio montone. Sì, hai capito bene, un montone! Ti fa ridere il fatto che giocavo con un montone? A me invece sembra così strano vedere le persone che passeggiano per le strade di Roma con un cane al guinzaglio!
Mi piaceva molto prendermi cura di Corias: lo tenevo pulito, gli davo da mangiare e lo facevo allenare per le gare che organizzavo con gli altri bambini. Il mio montone vinceva sempre! Era il più forte di tutti, perché io lo facevo correre tutti i giorni.
Era bello stare nella foresta; a volte ci andavo anche da solo, di nascosto dai miei genitori, che mi ripetevano sempre quanto fosse pericoloso; e per spaventarmi mi dicevano che potevo incontrare i fantasmi. Ma io non avevo paura.

Anche quel giorno, era andato da solo nella foresta. Era il primo giorno di Ramadan, e i miei avevano preparato una colazione ricchissima per tutto il villaggio, anche per noi più piccoli che non avremmo fatto il digiuno. Ero contento, c’era aria di festa. Ho mangiato tanto quella mattina. E dopo, visto che non c’era scuola, sono corso a prendere Corias per stare con lui tutto il giorno nella foresta.
Ero al ruscello a lavarlo, e aspettavo i miei amici, quando sentii un gran rumore: forse erano i fantasmi, pensai, e mi misi subito a correre per tornare a casa.
Sopra alla foresta c’era una nube nera, e un odore tremendo di bruciato. E io correvo, correvo, più veloce che potevo, volevo solo tornare a casa, dai miei genitori. Quando arrivai al villaggio, il fumo era sempre più fitto: tutto era in fiamme, non riuscivo neanche a distinguere la mia casa tra le altre. C’erano degli uomini, e corsi verso di loro chiedendo aiuto. Ma non mi fecero passare, mi bloccarono. Cercai di divincolarmi, chiedendo dove fossero mia madre e mio padre. Niente, nessuna risposta. Mi costrinsero a salire su una jeep con altri bambini e ragazzi, tutti terrorizzati, nessuno che capisse cosa stesse accadendo.

Arrivammo in un posto, dove mi misero in una cella. Continuavo a piangere e a ripetere che i miei genitori mi stavano cercando, che sarebbero arrivati a prendermi. Questa era l’unica cosa che dicevo, l’unica che mi importava. Poi iniziai a capire. O meglio, più che capire, a un certo punto accettai quello che una parte di me aveva già intuito. E comunque la verità sui miei genitori e sul mio destino mi venne urlata in faccia da quello che sarebbe diventato il mio padrone: «i tuoi sono morti! Io ti ho comprato, ora sei mio!».

Non mi piace parlare di quel periodo, non ci sono molte cose da raccontare, e non sono fiero di me stesso e di quello che pensavo. I giorni era tutti uguali. Quando non avevo lavori da fare, per esempio di notte, e non riuscivo a dormire, per non ricordare riflettevo su quale fosse il modo migliore per togliermi la vita: quale la tecnica da usare, dove farlo, quale il momento della giornata più adatto. Era l’unico progetto che potevo fare per il mio futuro. Negli stessi anni in cui tutti i miei coetanei probabilmente fantasticavano su come sarebbe stata la loro vita di adulti, provando a immaginare un lavoro, una moglie, dei figli, io potevo pensare soltanto alla mia morte.

Di giorno, facevo tutto con estrema lentezza. Io che tra i miei fratelli ero il più veloce, il primo a finire i compiti, ad apparecchiare la tavola, a correre, ora mi ritrovavo costretto a rallentare tutto per non pensare.
Ti faccio un esempio: ogni pomeriggio, alle quattro e mezza, doveva essere pronto il tè. Preparare e servire il tè del pomeriggio era uno dei miei compiti fissi.
Per fare il tè quanto tempo ci vuole? Poco: dieci minuti, un quarto d’ora. Io cominciavo subito dopo aver lavato i piatti del pranzo, che dovevo servire a mezzogiorno e mezzo. Ci mettevo due ore a preparare il tè: prendevo il vassoio, e poi le tazze, una ad una le sistemavo sul vassoio, e poi il bricco del latte, le foglie da mettere nella teiera, l’acqua sul fuoco da accendere in seguito. Ogni gesto lo ripetevo piano piano, così mi tenevo impegnato e non pensavo. Un gesto dopo l’altro, un giorno dopo l’altro. E, dopo ogni notte, un altro lungo giorno, identico al precedente.

Questa è stata la mia vita per quattordici anni, fino a quando, un giorno, al mercato, il pescatore da cui andavo ogni settimana a comprare il pesce mi propose di andare via dalla Mauritania, di scappare. Ormai lui mi conosceva abbastanza bene, e sapeva la mia storia. Io non esitai un momento. «Certo! – risposi – Non desidero altro».
Ricordo che solo molte ore dopo mi venne in mente che forse avrei dovuto chiedergli delle spiegazioni: come avrei fatto a scappare? Dove sarei andato? Ma appena iniziavo a pensare queste cose, ancora una volta mi bloccavo davanti alla consapevolezza che tutti quei particolari non avevano nessuna importanza. Avevo ventitré anni, e niente da perdere. La mia vita non aveva ai miei occhi nessun valore: qualsiasi cosa sarebbe stata meglio. Non riuscivo nemmeno a credere fino in fondo che un cambiamento fosse davvero possibile. Ma di una cosa ero sicuro: non ero disposto a rinunciare a quell’unica possibilità. L’unico rischio era la morte, cosa che non mi spaventava. Non era certo l’ipotesi peggiore: qualcun altro avrebbe compiuto quel gesto che prima o poi avrei trovato il coraggio di fare da solo.

E invece il pescatore mi aiutò veramente.

La mia vita libera è cominciata nella stiva di una nave, dove sono stato nascosto per nove lunghissimi giorni. Sono state ore senza paura, ma piene di rassegnazione. Ero lì solo, non sapevo dove stavo andando né cosa sarebbe successo, e in fondo non mi importava, non c’era nulla che mi aspettassi dalla vita.

Beh, il resto lo conosci: sono arrivato in Italia, e con un po’ d’aiuto e fortuna sono riuscito a trovare un posto dove dormire. Sono stato riconosciuto rifugiato.

Ma solo sulla carta sono un uomo libero.
Di fatto sono ancora schiavo della paura, degli incubi che ritornano tutte le notti e che non mi fanno dormire. A volte quando sono sdraiato a letto, la testa diventa pesantissima, e risento l’odore di bruciato, le urla dei bambini, la voce del mio padrone che dice di avermi comprato. Ogni notte ritorna la Mauritania, la mia schiavitù.

 

I bambini e la Siria

 

Mi chiamo Mirvat sono un rifugiata siriana. Sono nata e cresciuta ad Aleppo, la mia bellissima città.
Oggi la mia casa, le strade, i parchi in cui ho giocato da piccola, la scuola, il liceo, l’università sono un cumulo di macerie senza alcun senso.

Radere al suolo Aleppo significa aver distrutto soprattutto sogni, ricordi, progetti e futuro di una generazione
di ragazzi e bambini che farà i conti per il resto della sua vita con l’odore, i rumori e l’orrore della guerra.

La guerra mi ha portato via tutto e solo per puro caso, a differenza di molti altri ragazzi, mi ha lasciato viva.

Siamo scappati con la mia famiglia perché non c’era altra possibilità. Le bombe erano sempre più vicine, il loro rumore ogni giorno più forte, la nostra paura sempre più insopportabile.
E così con mia madre, mio padre, mia sorella con il marito e suoi piccolissimi bambini ci siamo messi in cammino fino ad arrivare in Libano.

Oggi siamo rifugiati in Italia. Io ho ripreso a studiare all’università. Continuo a studiare lingue e letteratura. Ce la metto tutta ogni giorno per ritrovare un senso, farmi degli amici veri, per ritrovarci anche come famiglia. Il compito di ogni rifugiato è ricostruire ogni giorno un pezzo che la guerra ti ha portato via. Non è facile soprattutto se ti hanno strappato i sogni da bambina togliendoti la possibilità di provare a realizzarli o il diritto di cambiarli.

Mio padre ad Aleppo era uno scultore del legno, da un pezzo senza forma creava cose bellissime. Il suo mestiere era dare corpo a un’idea e a dei pezzi legno. Oggi è come se noi fossimo dei pezzi di legno a cui dover ridar vita. Vi assicuro che non è semplice e non è affatto scontato.

Afghanistan paese sicuro?

Secondo i dati UNHCR, l’Afghanistan è il secondo Paese di origine dei rifugiati nel mondo. Con l’ascesa dello Stato Islamico in Afghanistan e il ritiro delle forze internazionali la situazione è sempre più critica. Sono ormai 198 su 399 i distretti interessati dagli scontri tra ribelli, talebani e Daesh. Nel 2015 le vittime civili sono salite del 4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo 3.545 morti e 7.457 feriti. Tra questi, l’11% erano donne (+ 37% rispetto al 2014) e il 26% bambini (+ 26%). Gli sfollati all’interno del Paese, secondo le Nazioni Unite, hanno raggiunto la cifra record di 1,3 milioni: il loro numero cresce costantemente e le condizioni in cui vivono, specie in alcune province, sono proibitive (alla fine di ottobre almeno 20 bambini di famiglie sfollate sono morti per il freddo nel Jowzjan, provincia dell’Afghanistan settentrionale). L’Ufficio Europeo di Supporto per l’Asilo (EASO) alla fine di novembre 2016 ha pubblicato un report in cui si rilevano continui e intensi conflitti armati (il cui numero è stato il più alto mai registrato dal 2001), ma anche diffusi arresti arbitrari, detenzione illegale in condizioni disumane e uso di tortura, che non risparmia neppure i minorenni. A causa del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza, molti investimenti stranieri sono venuti meno, peggiorando ulteriormente la già precaria situazione economica del Paese. Non sorprende dunque che nel 2015 l’Afghanistan abbia rappresentato, dopo la Siria, il secondo Paese di origine dei richiedenti asilo in Europa, con 213.000 domande di protezione presentate. I principali Paesi di destinazione sono stati la Germania e la Svezia. Molto numerosi erano i minori non accompagnati. La tendenza è confermata per il 2016: alla fine di settembre erano state presentate in Europa da cittadini afgani più di 153.000 domande di asilo.

All’inizio di ottobre l’Unione Europea, nell’incontro convocato per dar corso all’impegno di concedere all’Afghanistan un finanziamento per lo sviluppo di 3,7 miliardi di euro l’anno, ha stipulato con il governo afgano un accordo che prevede il rimpatrio, volontario o forzato, di tutti i cittadini afgani che non hanno base legale per restare in uno stato membro dell’Unione. L’accordo menziona anche la “possibilità di costituire un apposito terminal aeroportuale a Kabul per questo scopo” e l’attuazione di misure di sensibilizzazione verso la popolazione “sul pericolo della migrazione irregolare”. All’accordo quadro sono seguiti  i primi tre accordi bilaterali, stipulati da Germania, Svezia e Finlandia. In Germania nel 2015 hanno chiesto asilo 176.900 afgani, il doppio rispetto all’anno precedente. Meno della metà vedono accolta la domanda di protezione e si sta pianificando il rimpatrio di 100.000 persone a cui è stato negato l’asilo politico. I richiedenti asilo afgani in Svezia sono stati circa 42.000 e recentemente l’Ufficio delle Migrazioni Svedese ha sottolineato che non si può parlare di conflitto generalizzato nel Paese, ragione per cui 4 domande di asilo su 5 ricevono un diniego (il tasso di riconoscimento nel 2014 era del 60%). Nella prima metà del 2016 1.353 afgani sono stati rimpatriati (in tutto il 2015 ne erano stati rimpatriati 246) e si attendono molte altre espulsioni. Pochi giorni dopo l’accordo 300 insegnanti svedesi hanno pubblicato su un quotidiano una lettera di protesta per questa nuova politica del governo, chiedendo di fermare le espulsioni di giovani ormai ben inseriti nel sistema educativo, che rischiano di vedere infranta ogni speranza di futuro.

Chiara Peri

 

Il luogo dove gli orizzonti si incontrano. La scuola di italiano del Centro Astalli

La cantante ebrea polacca Chava Alberstein in una sua famosa canzone scriveva: “Le parole sono tutto ciò che ho / sono la mia ricchezza, la mia forza, sono me stessa”.

La lingua ci appartiene, e noi le apparteniamo. Noi tutti abitiamo il mondo semantico che ci ha generato. Parlare una lingua è abitare la realtà attraverso un particolare sguardo sul mondo.

Noi ereditiamo parole, gesti, posture, originali espressioni idiomatiche, le assumiamo come un’eredità genetica che ci caratterizza e ci identifica nella diversità. Le nostre lingue sono profondamente pervase da caratteri identitari, sono il luogo dove custodiamo le storie dei nostri popoli, le storie dei nostri antenati, i valori e le intuizioni spirituali e sociali che fondano le nostre convivenze. Ci ricordano storie di conquiste, di compromessi, di influenze e di prossimità geografiche ed esistenziali.

La scuola di italiano del Centro Astalli non è quindi un luogo di sostituzione, ma di scambio. Ai nostri studenti non viene chiesto di abbandonare il proprio orizzonte identitario  per sostituirlo con un mondo estraneo e invadente, ma è piuttosto un luogo di integrazione, dove orizzonti diversi convergono e si arricchiscono reciprocamente. Un luogo dove la lingua diventa un ponte che unisce persone, progetti, diritti.

La scuola di italiano è una palestra dove attraverso la lingua si esercita l’arte del dialogo e del’accoglienza. Uno spazio aperto e plurale dove sperimentare un sano confronto con la diversità (etnica, religiosa, di genere, ecc), un’occasione di confronto e di amicizia.

Soltanto la parola può dare forma sensibile al nostro mondo interiore. Un mondo che non è soltanto fatto di bisogni e di urgenze.

Accompagnare il cammino di apprendimento della lingua dei nostri studenti rifugiati, ci chiede quella disponibilità che allarga gli orizzonti umani e culturali di chi accompagna, come di chi è accompagnato. Per questo chiediamo ai nostri volontari il coraggio di compromettersi, di scegliere, di porsi al fianco dei nostri studenti per percorrere insieme un tratto di strada verso il lungo cammino dell’integrazione.

Il volontario non è dunque “un barelliere della storia, non è una dama di carità, ma un cittadino solidale” (L.Fazzi, 1993) che realizza nel suo servizio una scelta chiara di impegno per la solidarietà e la giustizia.

La scuola di italiano del Centro Astalli è un luogo dove insegnando s’impara, uno spazio per sperimentare il dono reciproco dell’ospitalità.

Luigi Territo