GLI AFGANI IN CERCA ANCHE LORO DI PROTEZIONE

Zac ha 15 anni quando scappa dalle bombe in Kosovo. Suo fratello è stato ucciso da un soldato davanti ai suoi occhi.
Christine ha perso nella folla i suoi tre figli mentre fuggiva da un attacco armato in Rwanda. Ali, sudanese, è stato un bambino soldato. È fuggito per non sparare ad altri ragazzini come lui, in una guerra voluta da adulti criminali che invocano Dio per uccidere.
Sami arriva dalla Siria, nella carovana di un milione di disperati che nel 2015 entra in Germania in cerca di protezione fuggendo da una guerra lunga ormai 10 anni. Di recente Mark, Victor, Adam, Gracien, Hope, con tanti altri giovani uomini e donne provenienti da Mali, Gambia, Guinea, Mauritania, Eritrea arrivano al Centro Astalli perché hanno difeso un’idea di libertà, per fuggire alla sottomissione, all’impossibilità di studiare. Passano per la Libia dove conoscono torture e abusi e attraversano il mare pagando trafficanti che vendono morte.
In queste ore Ibraheem, maestro elementare in una scuola cattolica a Kabul e la sua giovane moglie Layla, Kamal, traduttore per una ong, insieme a pochi altri fortunati stanno arrivando in fuga dai talebani. Si aggiungono a una comunità numerosa di afghani che cerca protezione in Europa da oltre vent’anni.
Hanno bisogno di un medico, di assistenza legale, di un centro di accoglienza, di mediatori culturali che li aiutino a esprimere bisogni e aspirazioni e a comprendere un Paese che mai avrebbero pensato di conoscere. L’Unione europea, ancora una volta, rimane indifferente al dolore altrui, non sa trasformare l’emozione del momento in responsabilità. Ancora una volta decide di chiudere e respingere.
La società civile invece si mostra aperta e generosa e ci mostra che aiutare chi scappa dall’Afghanistan è un modo per riconoscersi comunità viva e solidale. È necessario e urgente trovare vie di incontro, ascolto e sostegno per chi scappa da guerre e dittature. Oggi sono in tanti, troppi migranti a vivere questa condizione per un tempo di gran lunga superiore all’onda mediatica che li accompagna.
Sostenere i rifugiati e chi li aiuta è linfa di ogni società, aprire le porte a chi arriva è garanzia di futuro. Ancora una volta a portare il peso del mondo sono gli uomini e le donne di buona volontà che ogni giorno non smettono di chiederci: cosa possiamo fare?

Donatella Parisi

Ibraheem, Layla, Kamal, sono alcuni dei circa 100 i rifugiati afgani arrivati i primi di settembre durante l’evacuazione dall’Afghanistan che il Centro Astalli sta accompagnando nel loro percorso di accoglienza e integrazione in Italia.
Hanno bisogno di cibo, di cure mediche, di assistenza legale, di un centro d’accoglienza, di mediatori culturali che li aiutino a esprimere bisogni e aspirazioni e a comprendere un Paese che mai avrebbero pensato di conoscere.
Operatori, mediatori, volontari sono impegnati quotidianamente nell’assistenza e nell’accompagnamento delle persone arrivate.
Il nostro impegno per il popolo afgano è parte di un’azione che ci vede da 40 anni al fianco dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Italia, in fuga da guerre e persecuzioni.

Ti chiediamo di unirti a noi in un cammino fatto di azioni concrete che non è mai semplice offerta di servizi ma costruzione di una relazione in cui ogni rifugiato ha diritto di essere accolto, ascoltato, riconosciuto nella sua dignità.
Aiutare chi scappa dall’Afghanistan, aiutare i rifugiati, è un modo per riconoscersi comunità viva e solidale.
GRAZIE DI CUORE da parte nostra e di quanti riusciremo a raggiungere, anche con il tuo aiuto!

Per i rifugiati la strada è ancora in salita

Testa bassa e pedalare. Potrebbe essere questa una chiave di lettura per interpretare la contemporaneità. La frenesia della quotidianità ci porta spesso a inseguire piccoli o grandi affanni, costringendoci, appunto, a pedalare senza alzare lo sguardo, senza capire dove eravamo, dove volevamo andare. Poi, la pandemia ha improvvisamente rovesciato un carico enorme di preoccupazioni.
Tanti migranti forzati hanno perso il lavoro faticosamente conquistato, trovandosi catapultati all’indietro nel percorso di inclusione al quale avevano dedicato tempo ed energie. Perso il lavoro, si inizia ad avere difficoltà a mantenere l’alloggio, a pagare le bollette, a fare “quella visita medica”, a sostenere le rette per l’asilo nido. Infine, le difficoltà giungono a travolgere le esigenze più essenziali: il mangiare, i farmaci necessari, la casa.
La pandemia ha aggiunto agli affanni quotidiani un carico di angosce insostenibile, molte volte estremamente concrete, soprattutto per chi era rimasto o era stato lasciato indietro, rischiando di rendere incolmabile il divario con il “gruppo di testa”, e dovendo per giunta confrontarsi con il bruciante senso di sconfitta che si prova nell’esser costretti, ancora una volta, a chiedere aiuto. Come fosse una colpa. Nell’autunno 2020 speravamo di aver “scollinato”, pensavamo che buona parte della salita fosse ormai alle spalle.
Ci siamo resi conto di quanto quella speranza fosse prematura e abbiamo iniziato a dover fare i conti con un’onda lunga di ripercussioni che continuavano ad abbattersi soprattutto sulle persone più fragili, già messe a dura prova. In questa prospettiva, accompagnare i migranti forzati durante il perdurare della pandemia, e con i timori con i quali guardiamo al nuovo autunno, significa ancor di più farsi prossimi, cercando di stabilire con rispetto ed empatia relazioni profonde e ricercando spazi di accoglienza che permettano alle persone sia di avere un supporto necessario e imprescindibile per arginare le difficoltà e le impellenze del quotidiano, sia di riuscire nuovamente a mettere a fuoco la propria vita, per “rimettersi in sella” verso nuove mete, con lo sguardo aperto sull’orizzonte, provando insieme a trasformare le difficoltà in opportunità.
Riprendendo i versi di Van De Sfroos nel recente Gli spaesati, siamo ostinati: “Siam nati contromano / Cresciuti controvento / Vivendo in contropiede / E siamo un controsenso”. Ci siamo e ci saremo.

Massimo Piermattei

Reti di solidarietà

Si è concluso il progetto Reti di solidarietà, realizzato dalla rete territoriale del Centro Astalli per supportare i migranti forzati ad affrontare le difficoltà generate dalla pandemia. Grazie al sostegno della Fondazione BNL – Gruppo BNP Paribas, oltre 600 persone a Bologna, Grumo Nevano, Padova, Palermo, Roma, Vicenza e Trento hanno beneficiato di un aiuto concreto che ha permesso loro di dedicarsi con più serenità a rafforzare la propria inclusione.

I NUMERI DEL PROGETTO

– Beneficiari: 624 (370 uomini, 254 donne, di cui 319 nuclei famigliari)
– Principali Paesi di origine: Nigeria, Pakistan, Costa d’Avorio, Bangladesh ed Egitto
– Misure di supporto sviluppate: 1.451 (223 per la tutela della salute e dell’igiene; 981 per l’alimentazione; 206 per la cura della persona; 41 per l’educazione).

A SCUOLA CON ASTALLI. PER RIPARTIRE INSIEME E “PIÙ VICINI”

L’inizio di questo nuovo anno scolastico porta con sé speranza e fiducia e nuove riflessioni rivolte ad
un futuro finalmente di relazione e condivisione. La scuola è una comunità fatta di solidarietà, incontro, scoperta e conoscenza dell’altro, spazio in cui sviluppare nuove prospettive: è laboratorio di vita
in cui le diversità culturali, linguistiche e religiose diventano arricchimento reciproco. In questi lunghi mesi di pandemia la scuola, seppur con le sue imperfezioni, si è mostrata capace di integrare i cambiamenti assorbendo gli urti, di resistere ai venti contrari. Oggi è tempo di tornare a esprimere una rinnovata spinta creativa capace di nuove narrazioni che restituiscano la bellezza e la complessità della società interculturale.
Per questo rifugiati e fedeli delle diverse religioni presenti in Italia sono pronti a tornare in classe per incontrare di nuovo gli studenti delle scuole medie e superiori che aderiscono ai progetti didattici del Centro Astalli, Finestre – Storie di rifugiati e Incontri – Percorsi di dialogo interreligioso, e condividere con le loro storie di vita, di viaggio, di migrazione e le proprie esperienze quotidiane di fede.
L’obiettivo è quello di contribuire alla formazione di un pensiero critico capace di decostruire pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni e promuovere il senso d’insieme di un’unica umanità, uno spirito di cittadinanza attiva e condivisa che si esprime con la partecipazione dei giovani italiani, migranti e rifugiati al destino della comunità in cui vive. Senza distinzioni.

Francesca Cuomo e Valentina Pompei

UN NOI SEMPRE PIÙ GRANDE

LA GIORNATA DEL RIFUGIATO E DEL MIGRANTE NELLE PAROLE DI FRANCESCO

La folla accalcata presso il muro dell’aeroporto di Kabul, i bambini sollevati verso l’alto dai genitori che cercano di consegnarli ai soldati americani di là dalla barriera, perché almeno loro si salvino (i più piccoli
hanno solo pochi mesi).

Un uomo giovane – scarpe da ginnastica e giubbotto antiproiettile – si china a sollevare un ragazzino che piange, per accoglierlo al di qua del muro.
È un italiano, è il console a Kabul.
Sarà tra gli ultimi a lasciare il paese. Le istantanee dei “salvati”, nei cargo militari che decollano dalla capitale afghana, destinazione finale Europa o Stati Uniti.
Gli occhi dei bambini: pieni di lacrime o di attesa, terrorizzati o rassegnati. Sono tante le immagini simbolo veicolate dall’informazione all’esplosione della crisi afghana, ultima emergenza in ordine di tempo, nel cuore dell’estate, con migliaia e migliaia di profughi, proprio alla vigilia della Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che da qualche anno si celebra nell’ultima domenica di settembre. La prima venne istituita più di un secolo fa, nel 1914. “Verso un ‘noi’ sempre più grande” sollecita il papa nel suo Messaggio per questa edizione (la numero 107), che porta la data del 3 maggio, in piena pandemia.
«Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica», scriveva il papa, «Voglia il Cielo
che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”». Il papa tratteggia quel ‘noi’ voluto da Dio “rotto e frammentato, ferito e sfigurato”. Tra i “nazionalismi chiusi e aggressivi e l’individualismo radicale”, “il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti,
gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali”. Sapremo vedere negli altri il prossimo? Perché sarà la capacità di questo sguardo a fare la differenza, e a dire non solo e non tanto degli altri, quanto di chi guarda.
In primo piano, i migranti, nel cuore di questo papa e del suo pontificato, sin dalla prima visita, che nel 2013 volle a Lampedusa.
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare, la linea sostenuta con coerenza, di fronte a ogni crisi e a ogni muro, per superare la sindrome dell’invasione da un lato e la difficoltà dell’integrazione dall’altro.
“Siamo tutti sulla stessa barca”, l’invito, anche questo più volte ripetuto. Ben visibile, da qualche anno, in
piazza San Pietro, la scultura di una barca carica di migranti di ogni tempo, di ogni età e di ogni popolo. «Lottatori di speranza», come il papa definì gli immigrati incontrati in apertura della sua visita a Bologna, il primo ottobre 2017.
L’appello a tutti gli uomini e le donne del mondo è quest’anno a “camminare insieme verso un ‘noi’ sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso”, immaginando “a colori”, il futuro delle nostre società, “arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali”.
La storia, lo sappiamo, non sempre è lineare, talvolta procede a salti. Un sogno di futuro è nel salto di una ragazzina sulla pista dell’aeroporto di Kabul verso il cargo che l’attende insieme alla sua famiglia, a chiudere una piccola fila indiana: avanti il papà, che tiene per la mano il fratellino, dietro la mamma, e poi lei, che lo scatto del fotografo immortala sospesa nell’aria, a qualche centimetro dal suolo. Nell’energia
e nella gioia di quel balzo la speranza di un ‘noi’ sempre più grande.

Vania De Luca

I PassiAvanti di B.: una patente per l’autonomia

“Ho 22 anni e vengo dalla Nigeria vivo in Italia da 4 anni con la mia bambina, che ha 4 anni e mezzo.
A Trento mi trovo bene, anche se faccio ancora fatica con la lingua, a volte non capisco cosa dicono le persone. La mia bambina invece va all’asilo e sta imparando bene l’italiano! La accompagno a scuola la mattina, poi va a prenderla un’altra persona, perché io il pomeriggio sono al lavoro. Prima facevo pulizie, ma non mi piaceva molto. Al Centro Astalli Trento mi hanno aiutato a scrivere il CV e a cercare degli annunci. Adesso lavoro nella cucina di una casa di riposo, va molto meglio!”


Oltre a lavorare e a prendersi cura di sua figlia, B. sta studiando per fare il test della patente, aiutata da una volontaria, e segue un corso di guida grazie al progetto #PassiAvanti.


“Mi piacerebbe prendere la patente prima di tutto per il lavoro, poi anche per i bisogni della bambina. Giulia mi aiuta a prepararmi per l’esame di teoria, questo è importante perché per me è difficile capire tutte queste informazioni in italiano.”


Passi Avanti è un progetto promosso da Centro Astalli, Centro Astalli Trento, Popoli Insieme

I PASSIAvanti di C.

C. ha 28 anni, viene dal Mali e da dicembre 2020 è stato inserito nel progetto PASSIAvanti.

Durante il primo colloquio, alle operatrici di Popoli Insieme ha detto che erano settimane che stava dormendo in strada: l’emergenza sanitaria in corso e la chiusura di numerose attività lavorative avevano fatto sì che perdesse il lavoro e di conseguenza anche la stabilità abitativa.

Sembrava che tutti gli sforzi fatti negli anni dell’accoglienza si fossero dissolti in un attimo.

Grazie al progetto PASSIAvanti è stato accolto nell’appartamento di cohousing ed è stato affiancato nel percorso di ricerca lavoro previsto dal progetto.

C. in Mali ha lasciato sua moglie e suo figlio e spera di riabbriacciarli presto qui in Italia. Per lui era impossibile restare, la sua regione di origine è interessata da anni da reclutamenti forzati e violenti attacchi terroristici: questo è quello che lo ha costretto ad abbandonare la sua terra e ad affrontare un viaggio durato mesi che lo ha portato in Libia, fino ad arrivare in Italia nel 2015.

In questi mesi il suo percorso di integrazione non è stato facile ma C. non ha mai pensato di mollare.

A giugno l’operatrice dello sportello lavoro gli ha fatto una proposta: lavorare in agricoltura e al tempo stesso fare un corso professionalizzante di saldocarpenteria alcune sere a settimana, finanziato dal progetto.

“Lo voglio fare”, è stata la risposta di C., “non voglio deludervi, sarà faticoso ma voglio farlo, sono pronto”.

Oggi è riuscito a ottenere un contratto di apprendistato in un’azienda del padovano e ad avere così una nuova stabilità lavorativa e abitativa.

Ora C. è più sereno. “Quando andiamo al mare insieme?” ha chiesto ieri alle operatrici sorridendo.

DA MARE NOSTRUM A MARE MORTUUM

Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.
Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Mt. 8, 24-25.

L’episodio caratterizzò anche il momento straordinario di preghiera celebrato da papa Francesco in uno dei
frangenti più difficili della pandemia: rimane indelebile il suo incedere sotto l’acqua battente in una piazza San Pietro deserta. Stasera però è a un altro dramma cui volgiamo l’attenzione, quello di tante vite spezzate mentre per terra o per mare erano in cerca di speranza. È una tragedia che da anni bussa alle porte di casa nostra e soprattutto alla porta della nostra coscienza e che potrebbe ancora più tristemente degenerare in un vero e proprio naufragio di civiltà.

Avvenne nel mare un grande sconvolgimento: quanto il Vangelo dice a proposito del mare di Galilea può valere
ai giorni nostri per il Mar Mediterraneo, il nostro mare, luogo di scambio che per secoli ha messo in comunicazione terreferme e popoli distanti, è in tempesta e da tempo è più luogo di scontro che simbolo di incontro.

Attorno alle acque che hanno visto sorgere alcune tra le civiltà più splendide della storia, si assiste a una regressione del vivere comune tra naufragi, morti, scene di rabbia e di miseria, dibattiti e discussioni senza fine, strumentalizzazioni di varia natura e soprattutto tanta, troppa indifferenza. L’antico nome dato dai Romani al Mediterraneo, Mare Nostrum, rischia così di tramutarsi in un desolante Mare Mortuum.

Anche per i discepoli di Gesù quel giorno sembrava sopraggiunta la fine, eppure dice ancora il Vangelo, mentre la barca era coperta dalle onde, egli dormiva.
Il sonno del Signore era certamente fondato sulla profonda serenità d’animo che gli derivava dall’intima fiducia del Padre, ma può essere anche indizio di qualcos’altro:il riposo del Maestro era un’implicita richiesta ai discepoli a rimanere svegli.


Pure sulla questione migratoria, il rischio è quello di rimanere assopiti per poi destarsi di colpo e per breve tempo, quando la cronaca ci mette innanzi agli occhi immagini scioccanti, come quelle recenti dei bambini riversi sulla spiaggia di Zuvarah in Libia.

Tratto dalla predicazione di S. Em. Cardinal Pietro Parolin – Segretario di Stato della Santa Sede in occasione della preghiera ecumenica “Morire di Speranza”, Santa Maria in Trastevere, 15 giugno 2021.

LA SIRIA E I SUOI TRISTI PRIMATI

Negli ultimi 10 anni la Siria ha vinto tanti “premi e primati”, purtroppo nulla di cui poter essere fiera.

La Siria è conosciuta in tutto il mondo come un paese molto pericoloso, è sconsigliato a tutti, persino a me che sono siriano. Ha il più grande numero di sfollati dopo la Seconda guerra mondiale. La maggioranza della popolazione vive sotto la soglia di povertà e ha una delle più grandi percentuali di persone con disabilità a causa della guerra.

Il 50% dei bambini non va a scuola; quelli nati all’inizio della guerra, che ora hanno circa 10 anni, non sanno cosa significhi vivere in un Paese senza guerra. Quando ero piccolo mi piaceva guardare gli aerei nel cielo, adesso invece ai bambini in Siria non piace più, hanno paura che possano cadere delle bombe dopo il loro passaggio.

La storia della Siria è stata una storia di accoglienza per tante persone in fuga: il mio Paese in un passato non troppo lontano, ha accolto rifugiati dell’est Europa, palestinesi, armeni, iracheni, libanesi.

Oggi siamo noi a fuggire, in ogni posto nel mondo c’è un siriano. Purtroppo ci vuole un attimo a trovarsi dall’altra parte, come è stato per me, per la mia famiglia e per tutta la Siria.

La guerra è disperazione, porta le persone a scappare, a rischiare di morire. Si scappa per avere un nuovo inizio, una nuova possibilità. Si è disposti a tutto pur di arrivare finalmente alla pace.

Testimonianza di Wail Halou, rifugiato siriano in Italia in occasione del colloquio delle migrazioni del 18 giugno 2021

RIFUGIATI NELL’ERA DELLO SPID

I rifugiati spesso raccontano, non senza difficoltà, di vissuti drammatici, resi ancor più complessi dalla lontananza dalle proprie radici e caratterizzati dalla necessità di costruire nuove reti sociali a sostegno della propria autonomia. È stata questa la ragione per cui la distanza ha rappresentato, in tempo di pandemia, il primo ostacolo che il Centro Astalli ha voluto provare a superare, pur tutelando la salute di ciascuno, grazie alla riorganizzazione di spazi e modalità di lavoro.
Rappresentare un argine al senso di solitudine e disorientamento manifestato da molti rifugiati ha dato la possibilità a operatori e volontari di affrontare insieme a loro gli effetti più evidenti dell’emergenza sanitaria.

Al dramma della perdita del lavoro e della conseguente impossibilità di sostenersi autonomamente, si sono sommati altri effetti del distanziamento. Le richieste di supporto da parte dei rifugiati nella relazione con la burocrazia, già di per sé complessa, si sono moltiplicate poiché una semplice pratica, come l’ottenimento di uno SPID, è diventata una sorta di “vessatorio videogame” in cui anche chi presume di avere competenze linguistiche e digitali adeguate non si sente perfettamente a proprio agio.

Nel trasferimento sul web della pubblica amministrazione non si è tenuto conto del fatto che questo avrebbe comportato un ulteriore peggioramento delle possibilità di accesso ai servizi per i rifugiati.
Le espressioni “distanziamento sociale” e “distanza sociale” sono sovente diventate intercambiabili e non solo per pura approssimazione lessicale, ma per la stretta correlazione fra loro.

Il distanziamento in realtà ha evidenziato e aumentato la distanza sociale fra i rifugiati e il resto della società, in una dinamica in cui l’accesso ai servizi pubblici e ai diritti è diventato sempre più incerto. Al Centro Astalli ci confrontiamo con una nuova frustrazione, quella di avere strumenti e competenze e di rischiare comunque di non trovare una soluzione al problema perché la digitalizzazione non è stata declinata secondo la chiave della semplificazione. L’auspicio è che la pubblica amministrazione digitalizzata stringa presto un patto di alleanza anche con le persone fragili con l’obiettivo di ridurre sempre più la distanza fra istituzioni e cittadini tutti e che allo stesso tempo sia nuovamente la vicinanza il cardine di tale rapporto, in un migliorato equilibrio tra spinta innovativa e inclusione sociale.

In fondo si tratta di richieste semplici, ma essenziali per sentirsi parte attiva e autonoma di una collettività, come per Shahab che vorrebbe prendere un appuntamento all’Agenzia delle Entrate, Meryem che vorrebbe fare lo SPID per iscriversi al bando per l’assegnazione di una borsa di studio, Abdou che vorrebbe fare l’abbonamento annuale ai mezzi
pubblici.

CEUTA E MELILLA: FILO SPINATO E DIRITTI NEGATI AI MIGRANTI CHE SOGNANO DI ENTRARE IN EUROPA DALLA SPAGNA

Continuano le tensioni tra Marocco e Spagna per via di quanto sta accadendo a Ceuta e Melilla, dove migliaia di migranti, in gran parte giovanissimi, da maggio hanno raggiunto l’enclave spagnola in territorio africano a nuoto o scavalcando le recinzioni.

Ceuta e Melilla sono città autonome spagnole sulla costa nordafricana le cui frontiere con il Marocco sono sempre state tradizionalmente aperte.
Con l’ingresso della Spagna nell’area Schengen sono stati mantenuti i tradizionali controlli di polizia sui documenti prima di imbarcarsi per la penisola iberica, ma le frontiere sono state riempite di recinzioni per impedire l’ingresso dei migranti subsahariani che hanno cominciato ad arrivare negli anni ‘90. Accade quindi che ai migranti e ai rifugiati – principalmente originari di Mali, Guinea, Costa d’Avorio e Burkina Faso – impossibilitati per mancanza di denaro a continuare il viaggio tentando la traversata verso la penisola iberica in barca o sui gommoni dei trafficanti conosciuti come “Zodiac”, non resti alternativa che provare a saltare le alte recinzioni che separano il Marocco dall’enclave spagnola.

Altri migranti e rifugiati, in particolare algerini, tunisini, egiziani, palestinesi, siriani, iracheni, riescono invece a passare i controlli di frontiera con più facilità perché spesso scambiati per cittadini del Marocco. Tra loro, molti riescono ad “affittare” documenti marocchini e solo quando arrivano al controllo spagnolo mostrano il proprio passaporto per poter chiedere la protezione internazionale. Discorso diverso invece per i migranti originari dello Yemen, facilmente individuabili dalla polizia che impedisce loro di attraversare la frontiera: la loro unica alternativa è tentare di arrivare in Spagna a nuoto. A causa della pandemia, il Marocco ha chiuso i valichi di frontiera terrestri il 14 marzo 2020 e non li ha ancora aperti. Come gli yemeniti, anche i sudanesi, i ciadiani, persino alcuni eritrei, continuano a tentare la traversata a nuoto. Alcuni migranti e rifugiati dell’Africa occidentale hanno tentato di saltare la recinzione, in particolare quella che si trova alla fine della diga a sud che separa la spiaggia di Melilla dal porto di Beni Enzar.

Nel maggio 2021 circa 10mila persone sono entrate a Ceuta in quella che è stata un’azione di pressione politica e diplomatica marocchina più che una vera e propria crisi migratoria. A parte questo episodio – che meriterebbe una trattazione a sé – gli ingressi registrati a Ceuta e Melilla non sono stati molto numerosi nella prima metà del 2021: 474 a Melilla e 626 a Ceuta.

Queste città rappresentano per i migranti territori di transito: anche se il tempo che le persone vi trascorrono prima venga autorizzato dal Governo spagnolo il loro trasferimento nei centri di accoglienza sulla terraferma è esageratamente lungo. Vediamo tunisini e algerini bloccati per anni, soprattutto a causa delle pressioni diplomatiche della Francia, che rappresenta la principale destinazione per molti di loro. Tutto ciò non fa altro che complicare una situazione già difficile per molti, in particolare a Melilla, città dove il Jesuit Refugee Service ha una sua sede operativa.

I migranti si ritrovano a vivere in centri di soggiorno temporaneo dove hanno letto e cibo, a volte una tenda come
riparo, ma l’assistenza sanitaria è carente e le misure di integrazione inesistenti. Accade inoltre che la polizia, per
paura di alimentare il cosiddetto “pull factor” con la conseguente crescita del flusso migratorio, ostacoli la libera circolazione sul territorio spagnolo alle persone che hanno fatto richiesta di asilo a Ceuta o a Melilla, anche se sono
in possesso di documenti (la legge li obbliga solo a comunicare i cambiamenti di indirizzo) e nonostante la giurisprudenza della Corte Suprema si sia pronunciata in maniera chiaramente opposta su questa illegittima privazione di libertà di movimento.

Maggiori informazioni sul lavoro del SJM – Servicio Jesuita a migrantes sono disponibili nella sezione “Southern Border” del sito: sjme.org/en/southern-border/

P. Josep Buades Fuster – Coord. del team SJM-Frontiera Sud