Dalla Siria in Italia in fuga dalla guerra: i PASSI Avanti di Amir verso l’autonomia

Abbiamo conosciuto Amir poco più di un anno fa quando è arrivato a Padova dalla Siria. In città è stato accolto dalla comunità dei Padri Gesuiti che l’hanno ospitato in una stanza proprio accanto al nostro ufficio, era facile quindi incontrarlo in cortile o sulle scale e scambiare due chiacchiere.


Fin da subito Amir ci ha colpiti per la sua forza di volontà e la sua determinazione. Nell’ultimo anno si è concentrato sull’apprendimento della lingua italiana e si è impegnato a dare una mano in diverse attività, ogni volta che se ne presentava l’occasione. Quando a febbraio abbiamo valutato insieme il suo ingresso nel progetto PASSIAvanti, ci è stato subito chiaro quale fosse il suo desiderio più grande: lavorare per potersi permettere un affitto e raggiungere così la piena autonomia.

Amir, 33 anni, nato a Homs, non parla volentieri della guerra in Siria, nè racconta molto della sua vita prima di arrivare in Italia.

“In Siria ho fatto molti lavori, la mia famiglia gestiva un’attività commerciale. Tra tutti i lavori che ho fatto però quello che più mi ha appassionato è stato l’ultimo. Negli ultimi mesi in cui sono stato in Siria mi sono occupato di logistica per i progetti umanitari di una grande ong. Adesso grazie al progetto PASSI Avanti, con l’aiuto dell’operatrice di Popoli Insieme ho iniziato diverse attività: prima di tutto, uno stage che prevede una parte di formazione e tirocinio nell’ambito della logistica di magazzino. Nel frattempo sto continuando a migliorare il mio italiano, infatti partecipo al corso di Italiano B1 dei CPIA e ho conosciuto anche Anna, una volontaria dell’Associazione, con cui una volta alla settimana posso fare un po’ di conversazione e correggere gli esercizi di italiano che faccio in classe.”

Siamo sicuri che il progetto costituisca un passo avanti importante verso l’autonomia di Amir. Investire nell’ integrazione dei rifugiati è sempre un investimento che dà buoni frutti.

I PASSIAvanti di R.

R. è una donna nigeriana di 30 anni, vive a Trento da 5 anni. Anche se il suo passato non è stato dei più semplici, ha un carattere allegro e disponibile ed è sempre pronta a scherzare.

A Trento lavora come badante ed è contenta del suo lavoro:

“Mi piace stare con le persone anziane” – dice – “mi piace chiacchierare con loro, fargli compagnia, prendermi cura di loro, preparargli da mangiare… è fare qualcosa di buono.”

Nonostante R. abbia già un impiego, capita ancora che abbia bisogno di supporto per risolvere alcune questioni burocratiche o superare difficoltà lavorative. Per questo è inserita nel progetto PassiAvanti presso l’associazione Centro Astalli Trento, ed è seguita da un’operatrice che la conosce da molto tempo.

“L’operatrice mi ha aiutata a cercare lavoro e adesso mi aiuta ogni volta che c’è qualche problema” – spiega R. “Io la chiamo e parliamo di quello che  non va… Secondo me lei è una buonissima persona. Sorride sempre e si vede che le importa di me: mi chiama, mi scrivei messaggi… Il suo lavoro mi piace tantissimo. Anche lei, come me, fa un lavoro buono. Ormai è una specie di sorella per me!”

R. è una persona a cui piace scoprire cose nuove e che impara in fretta, anche se purtroppo non ha avuto la possibilità di studiare nel suo paese. Grazie alla sua energia e alla sua positività, ha tutte le carte in regola per riuscire a crearsi una nuova vita in Italia.

I PASSIAvanti di M. verso la realizzazione dei suoi sogni

M. ha 29 anni e viene dalla Somalia. È arrivato a Popoli Insieme dopo un percorso di accoglienza nell’ambito dello SPRAR. È un ragazzo timido, di poche parole, ma sempre sorridente. Ha sogni importanti per il suo futuro.

“Cosa ti piacerebbe fare in Italia M.?”

“Vorrei trovare un lavoro, e poi portare qua mia moglie e mia figlia, sai sono ancora in Somalia e non sono al sicuro. So che fare il ricongiungimento familiare è un percorso lungo e difficile, ma quando non vedi la tua famiglia da un po’ di anni faresti di tutto per riaverla vicina. Voglio che mia figlia cresca in un posto sicuro”. 

M. è stato inserito all’interno del progetto PASSIAvanti da qualche mese e in questo tempo di passi ne ha fatti davvero tanti. Dalla stesura del primo curriculum, alla ricerca del lavoro, all’inserimento insieme ad altri 5 rifugiati nell’appartamento di co-housing, M. è pronto a costruire la sua vita in Italia.

“Sto bene, in casa andiamo molto d’accordo e parlo molto con il volontario che mi aiuta a imparare l’italiano. Ci vediamo online e chiacchieriamo di tante cose. È bello avere vicino un amico, ti fa sentire un po’ di più a casa e per questo lo ringrazio”. 

M., grazie alla sua voglia di fare e la sua determinazione, raggiungerà presto i suoi obiettivi e potrà veder realizzati i suoi sogni.  

IL VACCINO DEI DIRITTI

Il coronavirus non ci ha trovato tutti uguali e non ci ha resi tali. Per le persone che vivono ai margini la pandemia è stata una vera e propria trappola. Come hanno vissuto il lockdown i senza dimora, i rifugiati, i migranti? Come stanno affrontando il perdurare della crisi socio-sanitaria? Grazie a un dialogo serrato e provocatorio sul rapporto tra i diritti e l’emarginazione, avuto nei mesi scorsi con p. Camillo Ripamonti, ha preso forma il libro La trappola del virus. Diritti, emarginazione e migranti al tempo della pandemia (con la prefazione di Gherardo Colombo, Edizioni Terra Santa 2021). In tutti questi mesi abbiamo visto che il coronavirus ha amplificato il grido dei poveri. Ormai sappiamo bene che l’esclusione trova terreno fertile nel momento in cui, ben prima di una pandemia, trasformiamo i diritti di tutti in privilegi per pochi. Ecco perché il nostro dialogo ha una scansione temporale.

Dal 2013 al 2019 ripercorriamo alcuni avvenimenti pre-pandemia, dalla visita di papa Francesco a Lampedusa ai principali interventi legislativi che hanno contribuito a formare il distorto connubio migrazione-sicurezza. Poi ci concentriamo sulla primavera 2020, per raccontare come il Centro Astalli ha fatto fronte al lockdown, garantendo alcuni servizi essenziali. Successivamente trattiamo dei mesi della convivenza con il virus, dove è tornata a galla la questione delle regolarizzazioni, della visione utilitaristica e sfruttatrice delle persone migranti, considerate principalmente dei “consumatori”. Infine, volgiamo lo sguardo al futuro e ad alcuni temi centrali per rifondare il nostro domani: la salute pubblica come bene comune, alcuni principi della dottrina sociale della Chiesa (la dignità della persona, la destinazione universa-le dei beni e la cura della nostra casa comune), e infine la questione di genere.

Sono pagine da leggere come risorsa contro l’assuefazione e l’impoverimento culturale; hanno l’ambizione di essere una sorta di vaccino alla globalizzazione dell’indifferenza, un virus di cui siamo affetti tutti.

Aver provato a raccontare come i poveri e gli emarginati, in particolare i richiedenti asilo e i rifugiati, hanno affrontato e stanno reagendo alla trappola del virus può essere di aiuto perché ciascuno recuperi la propria vera dimensione, quella di essere umano, in relazione con e dipendente dagli altri.

Chiara Tintori

Politologa

La didattica della prossimità

La didattica a distanza ha messo a dura prova le nuove generazioni. I giovani si sono ritrovati a vivere la pandemia con grande disorientamento, privati delle loro relazioni sociali e di una quotidianità fatta di studio e apprendimento condiviso in classe. Elementi essenziali in un momento di crescita, in cui la scuola è per gli adolescenti un punto di riferimento insostituibile, bussola con cui trovare la strada che porta a costruire il proprio futuro. Anche i progetti didattici del Centro Astalli, Finestre-Storie di rifugiati, parte del programma europeo CHANGE, e Incontri-Percorsi di dialogo interreligioso, si sono adattati alla Didattica a distanza; insieme ai rifugiati e ai testimoni delle diverse religioni ci siamo ritrovati a riflettere sulle opportunità e sulle sfide di questa nuova modalità, in cui l’incontro e la reciproca conoscenza da reali sono diventati virtuali.

In questi mesi, il grande desiderio dei giovani di riappropriarsi del presente per costruire il futuro si è trasformato per alcuni in un impegno concreto grazie al Servizio Civile. Giovani poco più grandi degli studenti coinvolti nei progetti didattici si sono impegnati a promuovere nelle scuole la cultura del dialogo e dell’incontro.

I volontari, insieme ai rifugiati e ai testimoni si sono ritrovati a condividere con gli studenti delle scuole una situazione inaspettata e in costante divenire. La lontananza fisica si è fatta prossimità e ha favorito uno scambio reale fatto di reciproca conoscenza e ascolto.

Il dialogo interculturale e interreligioso, insieme alla grande voglia da parte dei ragazzi di incontrare “l’altro”, accogliendolo e lasciandolo entrare seppur virtualmente in casa propria, sono divenuti la miscela perfetta per un vaccino culturale ed educativo in grado di dare vita a nuove forme di solidarietà.

Mariangela volontaria di Servizio civile nel progetto Finestre

“In un contesto in cui l’immigrazione rappresenta un fenomeno strutturale, si rende sempre più necessario valorizzare la ricchezza dell’incontro, prima di tutto tra persone e poi tra culture. Tale consapevolezza, ha reso in me vivo il bisogno di sperimentare, anche attraverso l’esperienza del volontariato, quanto le nostre capacità umane di empatia e di solidarietà siano in grado di mettere in crisi i nostri pregiudizi. Durante il lockdown, incontro dopo incontro, è stato possibile trasformare, quello che è senza dubbio un limite, in opportunità. La Dad ci ha permesso di superare lo spazio della classe, arrivare direttamente nelle case di ognuno, e di esplorare nuove modalità di dialogare con gli studenti. In questa esperienza, ho sempre cercato di recuperare preziosi frammenti di quella relazione umana che in una dimensione normale costituisce il cuore del dialogo interculturale e di ricostruire un luogo virtuale che esiste nel nostro essere comunità, nel nostro ascoltarci e ritrovarci.”

Damiano volontario di Servizio civile nel progetto Incontri

“Se dialogo, come sostiene il filosofo Raimon Pannikkar, è tutto ciò che avviene fra persone, vuol dire che parlare, incontrarsi, conoscersi, è dialogo. E lo è anche se la pandemia ci costringe a relazionarci a distanza, condividendo nuovi spazi, che sono virtuali. Il progetto Incontri porta il dialogo interreligioso a scuola grazie all’incontro con persone di diverse religioni e alla condivisione delle loro esperienze quotidiane di fede. Attraverso il dialogo il Centro Astalli contribuisce dal “basso” alla costruzione di una realtà che valorizza le differenze. La pandemia e la didattica a distanza hanno fatto sì che questo dialogo interreligioso trovasse nuovi spazi in cui co-abitare. Poter entrare attraverso la videocamera del computer o del proprio telefono nelle case dei testimoni della fede e conoscere davvero uno spaccato della loro quotidianità ha trasformato la modalità virtuale in un’opportunità. E così lo spazio dedicato alla preghiera rivolto verso la Mecca, l’altare di Buddha o le sacre icone, da luoghi e simboli di culto privati, sono diventati patrimonio comune, annullando le di-stanze e promuovendo il vero dialogo tra persone.”

Francesca Cuomo e Valentina Pompei

Co-housingstudenti universitari a Roma

In tempi difficili accendere una scintilla di speranza è via da percorrere convintamente valorizzando le reciproche differenze che sono dono e mai impedimento. È quello che provano a fare i cinque giovani coinvolti nel progetto pilota di co-housing del Centro Astalli a Roma: due italiani, un afghano, un gambiano e un congolese. La coabitazione prevede la condivisione dell’appartamento, messo a disposizione senza l’onere dell’affitto, versando un contributo mensile per le spese della casa.

Oltre all’aspetto logistico il progetto si basa su due pilastri. Da un lato tutti i ragazzi coinvolti sono in una tappa decisiva verso il raggiungimento dell’autonomia e la possibilità dell’alloggio favorisce la serenità di ciascuno per poter studiare e proseguire il percorso universitario, che per alcuni è accompagnato anche dal lavoro. Dall’altro, la vita insieme permette di cre-are delle relazioni che si alimentano quotidianamente e si inseriscono nel processo di inclusione sociale.

La scelta di unire giovani rifugiati e italiani non è casuale e rientra nelle iniziative del Centro Astalli per la promozione di percorsi di integrazione che partono dal condividere la propria vita in un arricchimento reciproco. Certo, non mancano le difficoltà, dovute alle differenze culturali, agli impegni universitari e lavorativi, ai problemi di ogni giorno.

Coraggio, fraternità, flessibilità, pazienza, comunicazione interculturale e cordialità: queste le parole che noi cinque abbiamo scelto per costruire il nostro progetto di co-housing tra studenti universitari.

Marco Fulgaro

UNA NUOVA DEFINIZIONE DI ACCOGLIENZA

Accoglienza è una visione del mondo, un’opportunità di costruire un’alternativa di pace e solidarietà. Accoglienza è una parola declinabile in tanti modi: il Centro Astalli sceglie l’accoglienza diffusa, progettuale, inclusiva. Da qui l’idea di promuovere e facilitare esperienze di convivenza tra giovani italiani e rifugiati.

ComboUniversitaria e CappUniversitaria a Trento

Tutto è iniziato da un bisogno condiviso: incontrarsi e creare comunità. Così nel 2018, a Trento, è nato il primo progetto di coabitazione tra 6 studenti universitari italiani, 13 giovani richiedenti asilo, e la comunità dei Padri Comboniani, sostenuto dal Centro Astalli Trento. I padri hanno aperto le porte della loro casa ispirati dall’appello lanciato da Papa Francesco di accogliere i migranti. L’esperienza di condivisione e crescita personale è stata così positiva che il progetto si è rinnovato di anno in anno ospitando gruppi diversi di studenti. Sostenuti dagli operatori del Centro Astalli Trento nella gestione della vita pratica e dai padri per un accompagnamento e un supporto spirituale, gli studenti e i rifugiati descrivono così la loro esperienza: “Condividere non è facile né scontato ma, più ci siamo buttati, più la comunità è diventata bella come i villaggi di un tempo. Ci siamo scoperti gruppo, amici, una famiglia”.

Quest’anno, nonostante le sfide poste dalla pandemia, il Centro Astalli Trento ha dato vita anche ad una nuova esperienza di coabitazione grazie all’ospitalità dei Padri Cappuccini. Nella loro struttura di Spini di Gardolo, che già ospita un dormitorio per 10 richiedenti asilo senza dimora e diversi laboratori, ora vivono 4 studenti italiani, 14 richiedenti asilo e una famiglia rifugiata.

Il progetto cresce e prospera perché arricchisce tutte le parti che vi partecipano. In particolare, per i migranti forzati, molti dei quali studiano, fanno tirocini o sono alle prime esperienze lavorative, significa abitare in un ambiente adatto alla loro età, circondati da ragazzi come loro con cui possono praticare la lingua, lo studio, condividere la scoperta della città e il raggiungimento dell’autonomia.

Le relazioni che si creano, spontanee e durature, diventano vere e proprie amicizie, esperienze di normalità che aprono porte per raggiungere una piena integrazione in Italia.

Angela Tognolini

GLI YAZIDI IN IRAQ. UNA STORIA DA CONOSCERE

“Alle mie spalle si vedono le tende nelle quali vivono gli sfollati sopravvissuti al genocidio avvenuto nell’agosto 2014 nella regione del Sinjar, nell’Iraq settentrionale.

Centinaia di migliaia di donne, bambini e uomini della minoranza etnico-religiosa degli Yazidi furono costretti a fuggire dall’assalto nelle loro terre dell’auto proclamato Stato Islamico, meglio conosciuto come ISIS. Sono passati più di sei anni da quei tragici eventi. Migliaia di persone hanno perso la vita, più di 6.400 sono state sequestrate. Ancora oggi più di 2.880 yazidi risultano scomparsi. Donne e bambine sono state violentate, picchiate, vendute. Bambini e ragazzi sono stati addestrati per uccidere e combattere. Qui a Sharya, una cittadina Yazidi nella periferia di Dohuk, si trova uno dei 16 campi per gli sfollati interni presenti in questa provincia del Kurdistan iracheno.

Sono circa 300.000 gli sfollati nella sola provincia di Dohuk. Il 40% di essi vive nei campi, il restante 60% vive fuori dai campi, in situazione di grande necessità. Il campo di Sharya è abitato da 16.000 persone. Ai suoi margini, in situazioni ancora più precarie, ce ne sono circa altre 18.000. Non si tratta di una massa anonima, si tratta di persone, appartenenti all’antica comunità etnico religiosa degli Yazidi, poco conosciuta al di fuori del Medio Oriente e dell’Iraq. Ricordo nel 2014 le notizie della loro fuga verso la montagna del Sinjar. Quando una situazione come questa si prolunga nel tempo, fino a diventare duratura, quello che accade è che scompaia dai mass media e anche dall’attenzione del pubblico internazionale. Ma di fatto continua a esistere nella carne, nelle ossa e nella psiche di ognuna delle persone che la vivono quotidianamente. I bisogni sono molteplici, aggravati dalla precarietà e dal coronavirus. Mancano ricoveri, cibo, assistenza sanitaria, lavoro. In tutto l’Iraq, ma specialmente per gli sfollati interni, mancano i mezzi e le opportunità per garantire l’educazione dei giovani e dei ragazzi.

L’intervento del JRS, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, si concentra su tre bisogni principali: la protezione, l’educazione e la salute mentale. A Sharya, a causa del genocidio e del prolungato sfollamento vissuto dagli Yazidi, la salute mentale e il sostegno psicosociale sono di massimo rilievo. C’è infatti un’elevata incidenza dei tentativi o dei casi di suicidio tra i giovani nella fascia di età 15-25 anni.Quando guardo i volti sofferenti delle persone che vanno alla sede del JRS per ricevere assistenza psicologica e psichiatrica mi viene in mente l’immagine delle piaghe di Gesù durante la sua passione. Qui si toccano le piaghe nascoste del Cristo sofferente. È con la stessa attenzione e con la stessa venerazione che ci avviciniamo a questa realtà di sofferenza che si vive in ognuna delle persone che serviamo. Più di tre anni fa, nel dicembre del 2017, era stata annunciata la sconfitta definitiva sull’ISIS, sullo stato islamico, ma il genocidio continua. In Iraq e nel Medio Oriente, più di tutto, occorre realizzare la pace, con tutto l’impegno possibile. Il futuro da costruire è uno nel quale si vive insieme con gli altri e non malgrado gli altri”.

Testo tratto dalla testimonianza video disponibile su centroastalli.it

P. JosephCassar sj

Direttore JRS Iraq

PASSI Avanti: sogni e speranze di A., mamma rifugiata

A. donna rifugiata della Sierra Leone, vive a Trento da quattro anni, con i suoi quattro bambini. La più piccola ha solo un anno, mentre la più grande ne ha già 13. Dopo tante esperienze difficili, hanno finalmente trovato un posto in cui essere in pace, tutti insieme.


“I bimbi più piccoli non hanno problemi con la lingua” spiega A. “parlano benissimo, anzi parlano solo italiano ormai, anche con me! Le ragazze, invece, fanno un po’ più di fatica, soprattutto la più grande, che è arrivata in Italia da pochi mesi grazie al ricongiungimento familiare. Lei e M., che ha sette anni, vanno a scuola, hanno i compiti da fare e purtroppo io spesso non riesco ad aiutarle. Per questo ho chiesto che potessero ricevere un supporto!”


Le figlie di A. sono state inserite nel progetto GiocaLaboratorio, della cooperativa Arianna di Trento, grazie all’azione di inclusione socio-culturale del progetto PASSI Avanti. Due volte a settimana vanno al doposcuola, dove le aiutano a fare i compiti e a rafforzare l’italiano.
“Alle bambine piace molto andare al laboratorio e io sono molto contenta di questa opportunità per loro” dice A.

“Gli operatori mi hanno sempre aiutata. A volte non è facile ma, quando c’è un problema, sono pronti a trovare una soluzione insieme a me. Per me è fondamentale che i miei figli imparino bene la lingua: ora sono in Italia, vivono qui e voglio che si costruiscano un buon futuro!”


PASSI Avanti è un progetto di accoglienza e inclusione sociale promosso da Centro Astalli, Centro Astalli Trento e Popoli Insieme.

PASSI Avanti: la ripartenza di Ali

Ali è arrivato in Italia che aveva 16 anni, ha viaggiato da solo, superando confini e difficoltà.

Il deserto e il mare lo hanno fatto crescere in fretta. Arrivato in Italia ha avuto da subito una gran voglia di farcela!

Oggi ha 20 anni e vanta un formidabile italiano che lo ha aiutato nel suo primo tirocinio in una grande azienda di arredamenti. 

L’operatrice che lo segue nell’ambito del progetto PASSI Avanti a Padova lo ha aiutato molto per cercare una nuova offerta di lavoro e prepararsi al meglio per il colloquio.

Subito dopo il suo appuntamento di selezione lo incontra in ufficio e lui con un sorriso soddisfatto le racconta  le battute finali del colloquio durato circa 30 minuti.

“Quali sono i tuoi hobby?” 

“Sicuramente il calcio!” 

Qualche giorno dopo squilla il telefono nella sede di Popoli Insieme, dall’altro capo una voce entusiasta: “Siamo pronti per iniziare, Ali comincia a febbraio!”

Ali inizierà un tirocinio con prospettiva di assunzione presso una grande azienda di articoli sportivi. 

“Per giorni ho lavorato insieme a Giulia, l’operatrice dell’area lavoro, per preparare il colloquio, ci siamo esercitati, ne abbiamo parlato tanto, ho voglia di lavorare e imparare. Non vedo l’ora di iniziare!”.