PATTO EUROPEO SU ASILO E MIGRAZIONE: POCHE NOVITÀ, MOLTA PREOCCUPAZIONE

Il 23 settembre 2020, la Commissione Europea ha pubblicato il “Nuovo Patto sull’Asilo e le Migrazioni”: un pacchetto di misure volto a creare procedure snelle e veloci per identificare, direttamente alle frontiere, chi ha bisogno di protezione e chi deve essere rimpatriato.

L’impressione dopo una prima lettura, però, è che le nuove proposte non contribuiranno a migliorare i livelli di accoglienza e protezione per i rifugiati in Europa. Al contrario, si prevedono periodi più lunghi di detenzione e aumenterà il rischio di errori in decisioni prese in modo frettoloso.
L’obiettivo alla base del patto è poter distinguere il prima possibile chi, tra i migranti arrivati irregolarmente alle frontiere, ha bisogno di protezione e quindi diritto a rimanere nell’UE, e chi no e quindi deve essere rimpatriato. A questo proposito viene introdotta una procedura di prescreening, che prevede dei primi controlli medici, d’identificazione e di sicurezza. Una novità consiste nell’obbligo di esaminare le domande d’asilo in una “procedura di frontiera” nel caso in cui il richiedente asilo abbia una nazionalità per cui la percentuale di riconoscimenti di protezione a livello europeo è inferiore al 20%. In caso di decisione negativa nella procedura d’asilo alla frontiera, la persona passa direttamente alla procedura di rimpatrio.
Nell’esperienza degli uffici europei del Jesuit Refugee Service (JRS), procedure simili portano spesso a decisioni errate, prese frettolosamente, senza la possibilità per i richiedenti asilo di prepararsi adeguatamente e senza ricevere un’adeguata assistenza legale. Inoltre, sebbene le proposte della Commissione non prevedano la detenzione delle persone durante l’espletamento della procedura alla frontiera, è facile immaginare che gli Stati membri vi ricorreranno per impedire ai migranti di allontanarsi. All’annuncio del Patto, la Commissione Europea ha tenuto a sottolineare come fosse stato abolito il regolamento di Dublino, ovvero l’attuale sistema europeo per determinare lo stato membro responsabile a esaminare una domanda d’asilo. Che il sistema di Dublino andasse riformato, era chiaro a tutti: la sua attuale applicazione stabilisce che la domanda di protezione debba essere presentata e valutata nel Paese di primo arrivo.
Una lettura del nuovo strumento sul “management dell’asilo e la migrazione” rivela però che in realtà non solo i criteri di Dublino sono stati ripresi quasi integralmente, ma anche che il principio per cui gli Stati di primo ingresso sono responsabili per l’esame delle domande viene fondamentalmente rinforzato. Viene introdotto un “meccanismo di solidarietà” che però non implica un sistema strutturale di redistribuzione delle domande d’asilo tra gli Stati membri. Il ricollocamento è previsto, ma su base volontaria. Gli stati membri possono scegliere di mostrare la loro solidarietà anche sponsorizzando dei rimpatri o fornendo aiuti operativi (per esempio per rinforzare le infrastrutture di accoglienza).
Il JRS Europa è deluso dall’approccio adottato dalla Commissione: il sistema proposto, ancora una volta, non lascia il minimo spazio a richiedenti asilo e migranti per poter esprimersi riguardo la loro destinazione in Europa. Inoltre, la possibilità di poter scegliere di sponsorizzare rimpatri invece di accogliere non corrisponde con la nostra visione di un’Europa accogliente e solidale. Resta da vedere se questo patto riuscirà, come pensa la Commissione, a mettere rapidamente d’accordo tutti gli Stati membri e il Parlamento Europeo. Nel frattempo è importante ricordare che l’attuale normativa in materia d’asilo rimane in vigore, e che gli obblighi degli Stati
membri di provvedere a un’accoglienza degna e procedure di qualità, che
troppo spesso vengono ignorati, non sono cambiati.

Claudia Bonamini

Policy & Advocacy Officer JRS Europa

Imparare l’italiano: un viaggio che la pandemia ostacola ma non ferma

Al Centro Astalli la scuola di italiano è da sempre considerata un servizio di prima accoglienza, perché primaria è la necessità di comunicare ed entrare in relazione per gli studenti che la frequentano. Ogni anno richiedenti asilo e rifugiati si iscrivono a una dei corsi proposti per imparare l’italiano, migliorarlo, sostenere gli esami per la terza media o per la certificazione linguistica. Per molti di loro la scuola diventa ben presto più di un luogo dove imparare e studiare: laboratorio di inclusione, luogo di amicizia, per taluni persino casa dove trovare aiuto, sostegno e un po’ di calore. La scuola fa dei volontari il cardine dell’attività. Uomini e donne diversi per età, provenienza e percorsi di vita sono compagni di viaggio per studenti che si incamminano per la prima volta nella lingua e nella cultura italiana.

La pandemia Covid-19 non ha fermato le attività della scuola di italiano del Centro Astalli. Le lezioni sono continuate anche durante il periodo di lockdown, permettendo agli studenti di proseguire un’attività importante per la loro quotidianità. Questo ha portato a un grosso cambiamento a livello didattico. Per necessità le lezioni si sono svolte online tramite le più comuni piattaforme di videoconferenza. I primi tentativi di approccio non sono stati semplici ma grazie alla forza e alla determinazione dei volontari si è riuscito a diffondere un clima di vicinanza anche da lontano.
Riuscire a raggiungere un’utenza molto variegata in termini di possesso di competenze digitali ha costituito un importante scoglio di partenza da superare.
Gli studenti si sono dimostrati subito molto entusiasti e ricettivi. Si sono create lezioni interattive con video e giochi a distanza. Grazie alla collaborazione tra il Centro Astalli e il Palazzo delle Esposizioni a Roma,
gli studenti, partecipando a un laboratorio d’arte dedicato ai libri senza parole, si sono esercitati inventando storie sulle il­lustrazioni del libro senza parole “Viaggio” di Aaron Becker (Feltrinelli Kids) “che invita a immaginarsi un altrove oltre la porta che separa da una quotidianità monotona e color seppia”. I gruppi online hanno permesso di poter vivere meglio un periodo storico molto difficile per tutti e di rimanere vicini anche se fisicamente lontani.
Da settembre la sede della scuola di italiano presso il Centro Matteo Ricci ha riaperto le sue porte per le prime iscrizioni dei corsi in presenza e il 28 settembre le lezioni sono iniziate seguendo tutte le indicazioni di sicurezza anti Covid-19. Il primo giorno di scuola è sempre emozionante ma questo lo è stato molto di più: la ricchezza che si prova guardandosi negli occhi, la gioia di rivedersi in salute, la voglia di ripartire per continuare a costruire il proprio futuro. La speranza e la cura. Oggi più che mai camminare insieme ci rende più forti e procediamo, con passo deciso e attento, lettera dopo lettera, conquista dopo conquista, distanziati ma legati dalla voglia di vivere e di esserci gli uni per gli altri.

Alessandro Cinti
volontario in Servizio Civile

A SCUOLA PER COSTRUIRE UNA COMUNITÀ SOLIDALE

Al suono della campanella del primo giorno di scuola le voci degli studenti sono finalmente tornate ad animare le classi, rimaste vuote e silenziose per
molti mesi. Questo nuovo anno scolastico non è caratterizzato solo da lezioni in classe oppure online, da nuove regole di distanziamento sociale, compiti a casa e interrogazioni. Il suo inizio porta con sé un rinnovato entusiasmo ma anche nuove riflessioni. In questi mesi abbiamo avuto modo di ricordare l’importante valore dell’istruzione e il rischio della sua mancanza. I recenti drammatici fatti di cronaca che hanno visto protagonisti giovani poco più che ventenni e i quotidiani episodi di razzismo che avvengono nel nostro Paese, hanno sollevato non poche domande sul ruolo delle agenzie educative e sul giusto – o sbagliato – funzionamento del nostro sistema sociale.
Il valore dell’educazione sta nel prendersi cura di una scuola che ogni giorno si fa comunità solidale, nel favorire la crescita umana, civica, morale di ogni persona, giovane uomo e donna. La scuola è condivisione, scoperta e conoscenza dell’altro. È specchio di una società in cui sviluppare nuove prospettive, in cui le diversità, etniche, linguistiche e religiose siano considerate una ricchezza e non un ostacolo. È laboratorio di integrazione e cittadinanza per eccellenza, spazio fondamentale per favorire la valorizzazione delle differenze, la cultura del rispetto e la comprensione di un contesto comunitario e culturale in costante divenire, nonché preziosa occasione di incontro e arricchimento reciproco. Al Centro Astalli lo sperimentiamo da molti anni grazie ai progetti didattici Finestre – Storie di rifugiati, parte del programma europeo CHANGE, e Incontri – Percorsi di
dialogo interreligioso
, che ogni anno coinvolgono migliaia di studenti degli istituti secondari in tutta Italia. Ogni giorno gli incontri in classe tra i ragazzi e i rifugiati o i fedeli di diverse religioni permettono di aprire delle vere e proprio finestre sul mondo e di dare un volto e un nome alle migrazioni, ai diritti umani e all’intercultura, altrimenti percepiti spesso come distanti. A conclusione del percorso didattico la partecipazione degli studenti ai concorsi letterari “Scriviamo a colori”, riservato alle scuole medie, e “La scrittura non va in esilio”, per gli istituti superiori, nonché il loro coinvolgimento nella realizzazione di iniziative di cittadinanza attiva nell’ambito di “Scuola amica dei rifugiati” o dello Student Ambassadors Programme di CHANGE, restituisce il loro sguardo responsabile sul domani e mostra la bellezza di un futuro che potrà essere finalmente davvero comune.
Le informazioni sui progetti didattici sono disponibili su centroastalli.it nella sezione “Attività delle scuole”.

Francesca Cuomo

UNA NUOVA CULTURA DELL’INCONTRO

Non è possibile esaurire in poche battute la ricchezza dell’enciclica Fratelli tutti, pubblicata nella ricorrenza della festa di san Francesco di Assisi, e neppure soffermarci solo sugli aspetti, e ce ne sono molti, che riguardano i migranti, i rifugiati, in generale gli stranieri. Credo importante invece dare uno sguardo d’insieme. L’obiettivo del testo non è una teoria sulla fratellanza, ma piuttosto l’invito ad andare oltre le proprie chiusure, i muri del proprio egoismo per imparare a guardare in alto, lontano, l’orizzonte, il mondo e sognare insieme.

«Le pagine che seguono non pretendono di riassumere la dottrina sull’amore fraterno, ma si soffermano sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti. Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole» (n. 8).

Ma “Aprirsi al mondo” è un’espressione che oggi è stata fatta propria all’economia e dalla finanza, ci ricorda Papa Francesco. Non bisogna essere ingenui: il processo della costruzione di un mondo fraterno è costellato di ostacoli e in non poche occasioni la cultura dello scarto si è appropriata del linguaggio di molte delle idee di cui giorno per giorno ci nutriamo. E oggi con la pandemia abbiamo potuto riconoscere che

«ci siamo nutriti con sogni di splendore e grandezza e abbiamo finito per mangiare distrazione, chiusura e solitudine; ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità» (n. 33).


Occorre sforzarsi di costruire insieme il futuro, occorre una nuova cultura dell’incontro e fare in modo che l’incontro diventi esso stesso cultura, cioè diventi un’aspirazione e uno stile di vita. Per far ciò siamo chiamati a rispettare l’altro e permettergli di essere se stesso, praticando gentilezza e tenerezza. In molte parti del mondo è importante che ci siano artigiani di pace che ricostruiscano la dignità di persone ai margini, spesso dimenticate o ignorate. In definitiva occorre fare, ci ricorda Papa Francesco, come il beato Charles de Foucauld, che voleva essere fratello universale e identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere il fratello di tutti.

Camillo Ripamonti sj

L’ITALIA E I DIRITTI NEGATI LUNGO IL CONFINE ORIENTALE

Negli stessi giorni in cui Italia e Slovenia si incontravano per superare le ferite rimaste aperte dall’ultimo conflitto mondiale, la frontiera orientale irrompeva a Montecitorio con un’interrogazione sulle riammissioni informali di migranti tra i due Paesi.

L’azione parlamentare prendeva spunto dalla lettera aperta dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione – ASGI – nella quale si denunciava la violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo ope-rata lungo il confine sloveno dall’Italia. Sinteticamente, le accuse erano di:

1) effettuare riammissioni in Slovenia sulla base di un trattato bilaterale, antecedente l’ingresso di Lubiana nella Ue, interpretato peraltro in senso contrario a quanto stabilito in materia dalla Convenzione di Ginevra e dagli accordi europei e internazionali;

2) respingere i migranti senza l’emissione di un provvedimento motivato e notificato all’interessato che possa essere impugnato in tribunale (come previsto dalla Carta europea dei diritti dell’uomo – CEDU – e dal Regola-mento Ue n. 2016/399) e senza convalida giudiziaria (come prescritto dalla Costituzione repubblicana – art. 13);

3) non tenere conto della volontà di alcuni migranti di chiedere asilo in Italia. La responsabilità per queste do-mande è invece chiaramente regolata dal cosiddetto “Dublino III” (Reg. Ue n. 2013/604) e prevede che un Paese non possa rifiutarsi di esaminare una domanda di asilo, anche se originariamente presentata o da presentare in un altro Stato membro dell’Ue; oltre a escludere i respingimenti per i ri-chiedenti (Reg. Ue n. 2016/399). Con questo approccio, inoltre, l’Italia “finge di ignorare” – si legge nella lettera – che una volta in Slovenia, i migranti sono rispediti prima in Croazia, poi in Bosnia-Erzegovina e in Serbia dove subiscono torture e violenze, documentare dalle ONG locali; l’art. 3 della CEDU vieta le riammissioni se si rischiano trattamenti inumani e degradanti;

4) effettuare respingimenti collettivi, vietati dalla CEDU, aggravati dalla mancata possibilità di presentare doman-da di asilo o di far valere lo status di richiedente.

La successiva risposta fornita dal Ministero dell’Interno ha destato preoccupazione perché conferma che i migranti sono respinti: 1) in virtù del trattato bilaterale del 1996, violando le tutele fissate a livello interno, europeo e internazionale; 2) senza tener conto dell’eventuale richiesta di asilo resa manifesta o del possesso dello status di richiedente; 3) collettivamente; 4) ignorando le conseguenze che affron-teranno i migranti nei Paesi in cui saranno ricollocati.

I timori palesati dall’ASGI e ripresi dall’interrogazione parlamentare sembrano quindi fondati, tanto da configurare un grave passo indietro dell’Italia sui temi del rispetto dei diritti demigranti in generale e del diritto d’asilo in particolare: non più o non solo un coinvolgimento indiretto, come acca-duto in occasione dell’accordo europeo con la Turchia o nel controverso trattato bilaterale con la Libia – finanziata affinché bloccasse le partenze dei migranti, lasciandole carta bianca sui mezzi da utilizzare in terra e in mare. In questo caso, si tratta di un intervento diretto, attuato sul territorio italiano, con il coinvolgimento di istituzioni e di forze di polizia italiane. Sorge quindi più di un’apprensione a immaginare quali possano essere gli sviluppi successivi, nella prospettiva drammaticamente segnata dal deterioramento del tessuto sociale, economico e politico causato dalla pandemia da Covid-19.

Massimo Piermattei

MYRRA E NAWROZ, COSTRETTI A FUGGIRE DUE VOLTE

Sono molti i rifugiati che, prima di ricevere prote-zione in un paese sicuro, hanno vissuto l’esperienza dello sfollamento interno. Soprattutto chi scappa da determinate aree geogafiche si trova nella condizione di dover lasciare la propria casa in cerca di salvezza, pur rimanendo nei confini nazionali: sono persone solitamente in fuga da guerre decennali, da persecuzioni etniche che non trovano soluzioni, da contesti in cui dittature e conflitti affliggono la popolazione civile di generazione in generazione. Conoscere per comprendere, ascoltare per riconciliarsi sono queste due delle azioni che ci invita a fare Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dedicata al dramma di queste persone, spesso invisibili.

“Essere sfollati significa essere soli”

“Essere sfollati significa essere soli”: con queste parole Myrra, rifugiata in Italia dalla Repubblica Democratica del Congo, ricorda quando da bambina, a 10 anni, è stata costretta insieme alla sua famiglia a fuggire e spostarsi dalla regione del Kasai, in cui era nata e cresciuta, a quella del Katanga, a causa della guerra. “Non eravamo i benvenuti lì. Eravamo riconoscibili per identità e struttura fisica. Ci chiamavano insetti, perché dovevamo essere schiacciati. La guerra non si combatte solo con le armi ma con ogni genere di aggressività. Per questo fummo costretti a spostarci anche da lì dopo due anni. Avevo 12 anni. Mia madre era persa, lo vedevo nei suoi occhi, ma ho capito cosa stava provando in quel momento solo da grande. Ora, dopo tanto tempo sono qui in Italia, dove vivo da 19 anni, qui ho trovato la mia strada, anche grazie al Centro Astalli, ma spesso mi chiedo dove finirò”. Anche Nawroz, curdo iracheno, rifugiato in Italia in fuga dall’Iraq e dal regime di Saddam Hussein, ha conosciuto la guerra e ha affrontato un lungo viaggio tra Iraq, Iran, Turchia, Grecia, prima di arrivare in Italia stipato in un camion. “Ho vissuto l’esperienza dello sfollamento nel 1991, durante la Prima guerra del Golfo, quando si combatteva nella mia terra, il Kurdistan iracheno. Avevo circa 14 anni, ricordo che scappammo verso il confine, ricordo la fame, il freddo.

“Ricordo che anche io andavo a scuola sotto le bombe, era la normalità. Non sapevo cosa fosse davvero la libertà. Non ci pensavo. Ora so cosa significa essere felici, per me significa rispettare la propria e altrui libertà”

La stessa cosa accade adesso a migliaia di persone, solo che accade in un posto diverso e troppo spesso non se ne parla. Ricordo che anche io andavo a scuola sotto le bombe, era la normalità. Non sapevo cosa fosse davvero la libertà. Non ci pensavo. Ora so cosa significa essere felici, per me significa rispettare la propria e altrui libertà”. Il “nuovo inizio” di Nawroz – questo significa il suo nome – è stato il Centro Astalli dove dal 2007 è aiuto cuoco della mensa di via degli Astalli: “Anche io sono stato aiutato appena sono arrivato in Italia. E ora con piacere aiuto chi è in difficoltà”.

Francesca Cuomo

IN CAMMINO AL FIANCO DEI RIFUGIATI

Mary finalmente può rilassarsi. Dopo tanto tempo ha trovato qualcuno che ascolta la sua storia con in-teresse e partecipazione spiegandole con pazienza quali passi dovrà compiere per chiedere asilo in Italia. Per la prima volta da quando è dovuta fuggire dal Camerun sente di poter abbassare le difese, respira la strana sensazione di essere al sicuro. Pochi metri più in là Paul mostra a tutti orgoglioso il diploma di terza media. Lui che in Mali a scuola non ci è mai andato adesso ha superato addirittura un esame! Ha studiato tanto per riuscirci, ma forse senza l’aiuto degli insegnanti della scuola di italiano del Centro Astalli non ce l’avrebbe fatta. I loro sorrisi arrivano diretti a noi operatori e volontari che quotidianamente abbiamo il privilegio di incrociare lo sguardo di tanti migranti mentre li accompagniamo nei primi passi, spesso incerti, della loro nuova vita. Ma sappiamo bene che tali sorrisi sono un tesoro da condividere con tante persone generose che, silenziosamente, non fanno mai mancare il loro sostegno concreto, senza il quale sarebbe impossibile accompagnare i rifugiati nel difficile percorso che sono costretti ad affrontare. Per questo ringraziamo di cuore, ancora una volta, tutti gli amici e i sostenitori del Centro Astalli che hanno donato il loro 5xmille a favore di Mary, di Paul e di migliaia di rifugiati che hanno potuto, con il loro aiuto, ricevere servizi di prima assistenza, misure concrete per l’integrazione e l’autonomia, usufruire di programmi specifici di supporto e di riabilitazione per le vittime di tortura.

Emanuela Limiti

Generare solidarietà: il nuovo volto del volontariato

Come mettere in pratica un’idea di società giusta e solidale? Come aiutare i rifugiati per far fronte ai bisogni sopraggiunti con la pandemia? Il racconto di una rete nata spontaneamente per aiutare i rifugiati in bilico tra precarietà e marginalità. Storie che arrivano per frammenti, che riguardano persone con le quali avevo stabilito un collegamento nel tempo, spesso casuale, storie che raccontano gli effetti dell’epidemia su quei molti migranti che vivono al confine tra una difficile integrazione e l’esclusione sociale, una specie di avanguardia di quella situazione di fragilità che non è certo esclusiva di queste persone, ma che le ha rese particolarmente a rischio, quando l’isolamento e il distanziamento sociale hanno colpito proprio quelle attività di economia informale, di lavoro occasionale o precario su cui tante fondavano la loro sopravvivenza.

Era iniziata da poco la inaspettata reclusione imposta dalla pandemia, quando, interrotto il mio servizio alla mensa, e troppo in là con gli anni per rischiare il contagio, mi sono chiesta se potessi fare qualcosa. Non che mancassero iniziative, ma temevo che l’isolamento, nel togliere parola e visibilità ai bisogni, nascondesse definitivamente quei settori sociali in povertà assoluta o relativa. Ho provato allora ad attivare un intervento modesto e non particolarmente originale: raccogliere fondi per sostenere delle famiglie o dei singoli in difficoltà. Piccole somme che pote-vano fare la differenza tra l’insicurezza o la paura dell’abbandono e la prospettiva di guadagnare qualche settimana per provare a ripartire con le proprie gambe: una quota dell’affitto, le spese per una procedura burocratica, l’abbonamento al trasporto pubblico, il pagamento di qualche bolletta. Ho cominciato chiedendo agli amici ed è cresciuta, quasi spontaneamente, una rete, senza regole e senza apparati, fatta di conoscenti spesso informati da un rapido “passa parola”, persone impazienti di fare qualcosa, che fosse immediatamente operativa e che, grazie al Centro Astalli, poteva davvero esserlo mentre io continuavo da casa solo una intensa attività telefonica e telematica. Non era il mio un generico appello a donare, ma la richiesta di collaborare a risolvere un problema specifico di una specifica persona e le risposte, credo, siano state dettate da un impegno etico ma soprattutto da una sincera, gratuita, riservata solidarietà.

A giudicare da questa piccola esperienza penso che il lockdown possa essere stato davvero, almeno per alcuni, un momento di riflessione, di attenzione agli altri, di maggiore consapevolezza sulle dimensioni della povertà e del disagio, che abbia forse illuminato aree nascoste e fatto comprendere che esistono spazi per forme diverso di impegno e di coinvolgimento.

Emma Ansovini, volontaria del Centro Astalli

IN QUESTA STRANA ESTATE DI EMERGENZE

In questa strana estate in cui il coronavirus condiziona le nostre vite, ancora una volta è la voce di Papa Francesco che si leva a difesa di chi non ha voce, di chi perde la vita nell’indifferenza generale. Durante l’Angelus del 23 agosto ha ricordato:

«Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto».

«Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto». Sì, perché continuano ancora a essere in molti a cadere nel Mediterraneo e in altre parti del mondo, uomini e donne vittime dell’indifferenza e della dilagante cultura dello scarto che “cosifica” le persone, che le usa finché sono produttive, che le considera solo se potenziali consumatori.

In questa strana estate di coronavirus, le persone migranti hanno continuato ad arrivare sulle nostre coste come era prevedibile, strano sarebbe stato il contrario. Neppure i numeri, che molti definiscono falsamente emergenza, sorprendono. Il tempo di pandemia ha solo reso più evidente la fragilità di un sistema che vorrebbe grandi centri in cui accogliere un elevato numero di persone, salvo poi scandalizzarsi se in tali contesti il virus si diffonde più rapidamente. In questi mesi estivi molte persone sono morte lungo la rotta centrale del Mediterraneo che da anni miete migliaia di vittime.

Centinaia di persone sono ancora recluse in Libia, nei centri di detenzione, nonostante siano ormai accertate al loro interno, sistematiche e gravi violazioni dei diritti umani.

Ciò che colpisce è che in questa strana estate di coronavirus, molti non trovino strano che ancora una volta vada in scena la surreale e grottesca pantomima dell’emergenza migranti. E su questa finta emergenza si speculi e si facciano le solite facili strumentalizzazioni.

In realtà tutto ciò è voluto e pensato, orchestrato e programmato, perché i “nemici migranti” sono una “merce” facile da vendere sul banco degli interessi di parte, siano essi sovranazionali, nazionali o di raggruppamenti politici, specie in vista delle elezioni. Tanto, in quanto “scartati” nessuna voce si leverà in loro difesa e chi lo farà verrà minacciato, prontamente apostrofato come buonista o messo alla gogna perché si arricchisce sulla loro pelle.

Camillo Ripamonti sj

UNHCR: I GLOBAL TRENDS 2019, TRA CONFERME E NOVITÀ

Negli ultimi 10 anni il numero di rifugiati e sflottati su scala mondiale è raddoppiato, passando da 40 a 80 milioni. L’aumento di recente ha registrato un’accelerazione: nel solo 2019 la popolazione rifugiata è aumen-tata di 9 milioni.
È questo il dato macroscopico che emerge dal rapporto Global Trends 2019 dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), pubblicato in occasione della scorsa Giornata Mondiale del Rifugiato: nel mondo c’è un rifugiato ogni 100 persone. A rendere più consistente il dato sono le nuove situazioni di conflitto, come nel caso del Venezuela, che vanno a sommarsi a quelle purtroppo consolidate. Nel 2019, 3,6 milioni di venezuelani sono fuggiti all’estero, aggiungendosi ai 900.000 del 2018 e facendo così salire il Paese al secondo posto mondiale per nume-ro di rifugiati dopo la Siria (6,7 milioni) e prima dell’Afghanistan (3 milioni). Di conseguenza anche il versante dei Paesi che accolgono registra una novità: la Colombia, che ospita 1,8 milioni di rifugiati è il secondo Paese di asi-lo dopo la Turchia (3,9) e prima della Germania (1,5). Tuttavia, se il dato più coinvolgente riguarda quanti fuggono all’estero, non possiamo ignorare che la maggioranza delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria si sposta all’interno del proprio Paese: gli sfollati interni sono 43,5 milioni, quasi il doppio rispetto al 2010 (25 milioni). In proporzione alla popolazione re-sidente, si confermano più accoglienti i Paesi meno dotati di risorse e quelli confinanti con situazioni di conflitto: per ogni 1000 abitanti le isole caraibiche di Aruba e Curaçao ospitano rispettivamente 156 e 99 rifugiati, il Libano 134.Due dati destano particolare preoccupazione e sollecitano la capacità di risposta. Il primo è che il 40% dei rifugiati e degli sfollati interni sono bambini o minorenni spesso in viaggio da soli, senza familiari, indice del profondo impatto delle situazioni di povertà e violenza sulla vita di intere famiglie, che ne restano disgregate e segnate con traumi dolorosi, difficili da superare. Il secondo è la crescente difficoltà per i migranti forzati di ricostruire la propria vita, emergendo dallo stato di necessità. Tra il 1990 e il 2010, infatti,  chi era costretto a fuggire dal luogo di origine col tempo riusciva o a ritornarvi in condizioni più sicure, o a stabilirsi in modo permanente all’estero, in un Paese di asilo, cosicché il numero di rifugiati e sfollati interni si era mantenuto più o meno costante. Nell’ultima decade, invece, è cresciuto il rischio di restare profughi per sempre, in condizioni di vita molto precarie: solo 3,9 milioni di persone sono riuscite a ritornare nel proprio Paese, a fronte dei 10 e 15 milioni delle due decadi precedenti. Nel configurare lo scenario futuro, i Global Trends 2019 indicano i cambiamenti climatici e la pandemia quali ulteriori cause di fuga rispetto a quelle già in atto, quali povertà, conflitti e violazione dei diritti. Di conseguenza, sempre più persone saranno costrette a lasciare il proprio luogo d’origine, ma – come evidenziano i dati – sarà molto difficile, se non impossibile, per loro farvi ritorno. Pertanto, accanto agli interventi di emergenza per fronteggiare in primo luogo la crisi alimentare, è sempre più urgente adottare misure di inclusione socio-economica dei migranti forzati, con un’attenzione particolare ai più vulnerabili, ma portatori di futuro e speranza, quali i minori.

Giuseppe Trotta sj