Roma – Festa dei rifugiati a Monteverde

Una giornata all’insegna dell’arte e dell’artigianato è quella svoltasi il 24 giugno nel quartiere di Monteverde a Roma, presso i locali della parrocchia della Trasfigurazione, per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato. Promossa dagli ospiti dei centri di accoglienza della Caritas e del Centro Astalli, l’iniziativa si proponeva di far conoscere la vita e le esperienze delle persone titolari di protezione internazionale agli abitanti dello storico quartiere romano.
A presentare il programma e i testimoni dell’incontro, a cui hanno preso parte un centinaio di persone, una coppia di emozionatissimi giovani provenienti, lei, dalla Nigeria e, lui, dalla Costa d’Avorio. Tutto inizia con un video di interviste ad abitanti del quartiere che vengono interpellati su “chi è il rifugiato”? da cui emerge, non solo una consapevolezza circa il fenomeno, ma anche una chiara comprensione delle potenzialità di questa presenza e dei principali ostacoli per una piena integrazione. Ma a parlare sono anche rifugiati del Gambia, della Costa d’Avorio, della Mauritania e dell’Uganda che con le loro testimonianze mettono in evidenza, oltre ai problemi del lavoro e dell’alloggio, quelli dei pregiudizi che è necessario superare e del rapporto di fiducia da creare con gli italiani. Un compito che essi sembrano affidare ai propri figli grazie alla relazioni amicali che stanno costruendo con i loro coetanei italiani.
Tra le altre testimonianze, quelle del laboratorio di sartoria intitolato “Utopia” per l’inserimento lavorativo dei rifugiati e del teatro sociale “A partire da me” ideato per dare spazio alla espressione artistica e sentimentale di chi vive lontano dal proprio paese. La lettura di poesie sulle proprie origini e sull’Africa precede la parte interculturale della serata dedicata alla musica del gruppo “Luz y Norte Musical” che con le sue note all’insegna della world music accompagna i balli e la degustazione di cibi etnici offerti ai partecipanti.

Marco Morelli

Lettera di una donna armena ai suoi figli

 

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Cari figli,

vi scrivo questa lettera in un giorno molto speciale, che ho aspettato per tanto tempo e che, se anche è diverso da come in altri tempi lo avrei immaginato, conserva comunque un valore che non voglio dimentichiate mai. Il mio sogno più grande era battezzarvi in una chiesa armena. Questo sogno si realizza qui, a Roma, oggi. Gli Italiani non sanno nemmeno che esiste una chiesa in cui il loro stesso Dio viene celebrato con altre parole, in un’altra lingua, con canti diversi. Nessuno, vedendovi ora, indovinerebbe cosa avete sofferto. Io stessa resto stupita guardandovi ogni giorno diventare adulti e indipendenti, così lontani dai dolori del passato. Forse un giorno farete delle scelte diverse dalle mie e anche essere armeni per voi non sarà così importante come lo è stato per me.

Se sono andata via dall’Ucraina lo devo solo a voi. Ricordo ancora quando tu, A., che sei il maggiore, mi hai ripetuto con determinazione: “Se tu non parti, parto io”. Così mi sono decisa e mi sono rimessa in viaggio, nell’ultima tappa di una fuga che durava già da molto tempo. Abbiamo lasciato la città di Leopoli, una città ricca di storia, la città dove ho vissuto gli anni più duri e dolorosi della mia vita.

Certo ricorderete la cattedrale sulla via Armena: per molti abitanti di Leopoli è solo un bell’edificio antico, chiuso da cinquant’anni. Per me, invece, lottare per riaprire al culto quella chiesa era diventata una questione di vita o di morte. Ho perso tutto per quella causa: mio marito, il lavoro, la sicurezza, la stabilità, il futuro per me e per voi. Tante volte mi sono chiesta perché fosse così importante. In fondo non sono nemmeno nata in quella città e quella chiesa aperta non l’avevo mai vista. Ma meglio di molti altri ne conoscevo il valore: è un simbolo, una memoria storica. La comunità armena a Leopoli esiste dall’undicesimo secolo. Più di mille anni di storia non si cancellano dall’oggi al domani.

Quando sono arrivata in Ucraina avevo già vissuto molti momenti difficili e conoscevo bene i problemi legati alla mia identità. Sono nata a Baku, la bella capitale dell’Azerbajan tutta proiettata sul mar Caspio. Vostro nonno è armeno, così quando avevo 5 anni ci siamo trasferiti in Armenia. Ogni anno, durante le vacanze di Natale o d’estate, tornavamo dai miei nonni, che vivevano nella casa dove sono nata. È una casa bellissima, nella parte antica della città. Una volta ci viveva una sola famiglia, ma dopo la rivoluzione fu assegnata una stanza, con una sola cucina per piano in comune, a diverse famiglie. L’ingresso del palazzo e le scale sono tutte affrescate. Ho ancora nel naso l’odore di quella casa, un odore di antico. Molti anni più tardi ci sono andata a vivere con vostro padre e mi sembrava di essermi ricongiunta, in quelle stanze, con il mio passato. Ma è durato poco: quando è cominciata la guerra, nel 1989, siamo dovuti scappare. Ad avvisarci del pericolo è stata mia zia, la sorella di mio padre, che a quel tempo lavorava nel KGB a Baku. Siamo scappati tutti insieme. Quello che è successo è stata una vera e propria carneficina: nella sola Baku sono stati uccisi 500.000 armeni. Mosca aveva deciso che Baku doveva essere solo per gli Azerbaijani e non per gli Armeni. Mentre tutti dormivano hanno spaccato le porte, sono entrati nelle case, hanno buttato giù la gente dalle finestre e dai balconi, hanno sgozzato tutti gli armeni. Eppure Baku è una città in cui il nostro popolo aveva vissuto per secoli.

Fin da quando ero ragazza ho studiato molto la storia dell’Armenia. Leggevo molti libri di storia e di politica. Erano gli anni Settanta, e l’Armenia era divisa da molto tempo in tante parti, tra vari stati, come l’Azerbajan e la Georgia. L’Armenia vera e propria era ridotta a un pezzetto piccolissimo del suo territorio originario. Per questo motivo c’era chi voleva ricreare un’Armenia intera e unita: di questi problemi si parlava parecchio, a scuola. C’era un gruppo di dissidenti che si riunivano all’università ed io sono entrata a farne parte. Il nostro obiettivo era l’Armenia indipendente e l’uscita dall’Unione Sovietica. Ricordo il nostro capogruppo che dava lettura di un documento in cui erano elencati i diritti e le libertà negati in Armenia e in Unione Sovietica: la religione, la giustizia, l’opinione, la stampa. Eppure nella nostra costituzione tutti questi diritti civili erano scritti, ma loro non rispettavano la costituzione. Questo per me era incomprensibile: si diceva che stavamo costruendo il comunismo e invece facevano l’opposto. Leggendo Andersen e la sua favola del Re Nudo, la trovavo molto adatta al mio paese. Sono stata due anni con quel gruppo. Quell’esperienza mi è costata cara: quando il KGB mi ha cacciato dall’università, non mi è stato più possibile trovare un lavoro normale. E pensare che studiare mi piaceva! Avevo aspettato quattro anni per entrare all’università. Volevo studiare chimica. L’università in Armenia era gratuita, ma per entrare o conoscevi qualcuno importante o dovevi pagare qualche mazzetta. Mio fratello più piccolo non ha avuto problemi perché ha buon carattere e ha accettato l’aiuto di mio padre, mentre io volevo fare da sola e non accettavo aiuti di nessun tipo. Per questo ho aspettato tanto. Le attività a cui partecipavo non erano illegali. Eppure, poiché affrontavamo argomenti scomodi e che il nostro governo aveva interesse a passare sotto silenzio, siamo stati espulsi dall’università, da un giorno all’altro. Il KGB allora era più potente di qualsiasi autorità accademica. Allora, come tante altre volte nella mia vita, mi sono chiesta cosa significasse per me essere armena e perché in nome di questo fossi disposta a sacrificare così tanto.

Ancora oggi sono qui a fare i conti con la storia, quella mia personale e quella del mio popolo. E mi chiedo che senso possa avere vivere se non si conoscono le proprie radici. So bene che arriva un momento in cui essere armeni o russi, ebrei o cattolici non conta. Ve lo leggo negli occhi tutte le volte che tollerate a fatica le mie insistenze perché impariate almeno qualche parola della lingua di vostro nonno, che per voi rappresenta poco più di uno sforzo intellettuale gratuito. Ma credo che questo distacco sia possibile solo quando si è in pace con se stessi, quando ci si è riconciliati con la propria storia personale. Per me questo momento non è ancora arrivato. Da quando sono in Italia sento che qualche cosa dentro di me è cambiato, ma ancora è rimasto molto di irrisolto. Forse ho bisogno di capire quello che ho perso per potere andare avanti. Verrà anche per me il momento in cui essere armena non avrà più importanza. Ma una cosa ho sempre creduto: la storia ha un valore, e se decidiamo di raccontarla bisogna raccontarla bene. E quando qualcuno vuole riscriverla per perseguire i propri interessi, è giusto lottare per ristabilire la verità. È quello che ho fatto sempre, a Leopoli in particolare.

Sono arrivata in Ucraina con vostro padre in cerca di un posto sicuro per noi e per voi, per assicurarvi un futuro sereno. Ma lui lì è cambiato. In un primo momento perché aveva trovato una maggiore libertà, poi per la paura. Aveva paura perché io, sua moglie, ero armena, e questo ci metteva in pericolo. Inoltre, in quel periodo ogni famiglia armena era armata, perché se arrivavano gli Azerbaijiani neppure la polizia ci aiutava e dovevamo difenderci da soli. Ma io non tenevo armi in casa. Davvero non potevo pensare che qualcuno sarebbe venuto ad ammazzarci. Lui non mi capiva, mi prendeva per matta, diceva che non pensavo al pericolo che correvamo tutti. Diceva che non pensavo alla vostra sicurezza.

Ma vedete, vostro padre è ucraino. Quando ci siamo conosciuti, in Armenia, queste differenze sembravano irrilevanti anche a noi, e forse allora lo erano davvero. A quel tempo avevo trovato lavoro nella redazione di un giornale e mi occupavo di fotografia. Dopo la vicenda dell’università avevo subito anche un processo, in cui fortunatamente non venni incriminata, altrimenti sarei stata incarcerata anch’io per tre anni in Siberia come i miei compagni. Anche lui lavorava per lo stesso giornale: aveva finito l’istituto poligrafico e viveva in Armenia già da tre anni. Aveva ventisette anni e io ventinove. Una volta andai a prendere il mio stipendio e lui non lo trovava. Mi disse che non conosceva persino il mio posto di lavoro e che non mi aveva mai visto. Arrabbiatissima, lo invitai a venirmi a trovare, così si sarebbe reso conto che esistevo! Insomma quel mese lo stipendio non l’ho avuto, ma noi abbiamo cominciato a frequentarci. È piaciuto subito a mia madre e a mia zia, perché è una persona molto fine, suona molto bene il piano, disegna: ricordo che c’era una festa e loro l’hanno voluto invitare per conoscerlo. Dopo un anno ci siamo messi insieme e poi siete nati voi. Quei primi anni sono stati molto felici, ci pareva di avere tutto. Abbiamo vissuto insieme a mia madre fino a quando lei è morta, nel 1985. Allora dovemmo lasciare quella casa. Nel frattempo erano morti anche i miei nonni ed è stato allora che abbiamo pensato di trasferirci a Baku, nella vecchia casa di famiglia.

Purtroppo abbiamo capito subito che per noi non c’era sicurezza: era cominciata la guerra tra l’Azerbaijan e l’Armenia e questo aveva ovviamente delle conseguenze sulla vita quotidiana di tutti gli armeni che vivevano in Azerbaijan. In un primo momento siamo andati a Karabach, una cittadina più piccola. Ma anche lì la situazione era molto difficile. Quando due popoli non riescono a convivere, diventa un inferno. La tensione era acuita dalla guerra in atto e, soprattutto, dalle scelte politiche del nostro governo in quegli anni. I piccoli problemi di sempre tra cristiani e musulmani, che erano stati gestiti fino a quel momento con relativa facilità, venivano ora intenzionalmente fomentati. Il clima cambiava di giorno in giorno. Alla fine abbiamo deciso di fuggire in Ucraina, il paese di origine di vostro padre.

Vi ho raccontato tante volte che mio padre era uno storico: era stato lui a dirmi che a Leopoli avrei trovato tanti armeni. Un giorno, infatti, ho visto un’inserzione sul giornale: la comunità armena di Leopoli raccoglieva fondi per le vittime della guerra in Nagorno Karabakh. C’era un numero di telefono e così ho iniziato a frequentarli. Ci riunivamo nel cortile dell’antica chiesa, quella di cui il nuovo governo dell’Ucraina ci aveva promesso la riapertura. Ben presto capimmo che non era che una mossa propagandistica per comprare i nostri voti e il nostro sostegno. Il vero progetto era di assegnarla alla chiesa greco-cattolica di Ucraina. Per questo motivo il governo trovava sempre nuove scuse per rimandare l’apertura. Noi ci vedevamo nel cortile per le celebrazioni, con un registratore che suonava musica armena. Intanto il nazionalismo aumentava nel paese: c’erano continuamente manifestazioni contro chi parlava russo e non ucraino. Noi a casa parlavamo russo e non mancavano di farcelo notare.

Nel frattempo le incomprensioni con vostro padre si facevano sempre più gravi. Siamo rimasti insieme molto poco. Anche oggi non posso fare a meno di pensare che per voi sarebbe stato più facile crescere con un padre accanto. Per me è stato difficilissimo accettare quella separazione, che mi ha riportato ad altre situazioni dolorose, vissute tanti anni prima. Sono stata segnata molto profondamente dalla storia della mia famiglia e credo che, inevitabilmente, anche per voi sarà lo stesso.

Rimasta sola, a Leopoli, ancora una volta mi sono trovata a contare soltanto su me stessa. Ma le cose sono andate di male in peggio. L’economia era in crisi e ben presto ho dovuto pagare caramente le mie prese di posizione in difesa dei diritti degli armeni. Un giorno, senza alcun preavviso, mi hanno licenziata. Sapevamo che l’azienda avrebbe fatto dei tagli nel personale, ma io stavo tranquilla, perché ci avevano spiegato che i primi ad essere licenziati sarebbero stati coloro che erano prossimi alla pensione, i lavoratori non qualificati, le persone che avevano un altro reddito in famiglia. Io ero molto qualificata ed ero una donna sola, con due figli a carico. Eppure sono stata la prima ad essere licenziata dei 40 impiegati del mio ufficio. Protestare era inutile. Cercavo un altro lavoro, ma nessuno mi voleva, perché ero armena. Quando voi avete iniziato ad andare a scuola è stato ancora più difficile. Non avevo i soldi per fare i regali ai professori – in Ucraina la corruzione è molto diffusa, anche nelle scuole – e per di più non parlavo l’ucraino. Ho iniziato ad accorgermi con dolore che anche voi, oltre alla fame, iniziavate a subire ogni genere di discriminazioni.

In quegli anni bui, di cui ancora oggi faccio fatica a parlare, ho conosciuto la mia amica più cara. Si chiama Nadia ed è ebrea. La prima volta che l’ho incontrata era il 24 aprile, un giorno triste per il nostro popolo. Durante la notte del 24 aprile del 1915, i rappresentanti delle autorità ottomane bussarono uno per uno alle porte di tutte le famiglie degli intellettuali armeni di Istanbul, invitandoli a presentarsi negli uffici della polizia quella stessa sera. Al mattino seguente iniziò la deportazione. Era l’inizio del Medz Yeghern, il “Grande Male”: così gli armeni chiamano il genocidio che costò la vita a più di un milione e mezzo di persone. Per la prima volta nella storia moderna, uno stato aveva organizzato meticolosamente il massacro dei propri cittadini. Gli armeni erano cittadini ottomani da tanti secoli, fin dalla fondazione dell’impero, e abitavano quelle terre da quattro millenni, molto prima che i turchi ottomani vi fondassero il loro stato. Per tutti gli armeni la memoria di questo episodio tragico è un dovere.

La comunità armena di Leopoli aveva organizzato una celebrazione modesta, nel cortile della chiesa chiusa. Nadia era stata invitata perché lavorava nell’archivio di Leopoli ed era addetta al fondo dei manoscritti e libri armeni, il nucleo più antico del patrimonio della biblioteca. Io conosco l’armeno antico e per questo ho iniziato a collaborare con lei nelle sue ricerche. Quello che scoprivamo era sorprendente: la comunità armena di Leopoli era importantissima e aveva rapporti con le altre comunità armene in tutta Europa, in Armenia e persino a Gerusalemme. Abbiamo pubblicato insieme due numeri monografici di una rivista dedicati alla storia degli armeni di Leopoli: erano 55 anni che in Ucraina non si pubblicava niente su quell’argomento. Ho condiviso con Nadia la gioia della ricerca e la lotta per i diritti delle comunità religiose in Ucraina. Purtroppo il nostro impegno non è stato sufficiente. Oggi anche lei è fuggita dall’Ucraina. Vive in America con la sua famiglia. Ma quegli anni vissuti insieme ci hanno legate per sempre. Non trovo parole per descrivere quanto Nadia mi abbia aiutato in quel periodo, sebbene io non abbia mai trovato il coraggio di esporle con franchezza la mia condizione. Ancora oggi, qualche volta, parliamo al telefono.

Non so quanto questi ricordi abbiano significato per voi, figli miei. Anche io, alla vostra età, non davo molto peso alle esperienze dei miei genitori. Solo andando avanti negli anni mi sono tornate alla mente le parole e i racconti di mio padre, e più ancora, dei miei nonni. Ogni generazione vuole fare tutto nuovo, è naturale. Anche il battesimo che ricevete oggi non è altro che l’inizio di un’esistenza nuova, più piena e completa. Quello che vorrei augurarvi è di trovare quei punti di riferimento che forse io, con la mia vita affannata, non sono riuscita a darvi. Vi chiedo solo di fare uno sforzo per non dimenticare mai la vostra storia e la storia del vostro popolo. Solo chi conosce il passato è davvero libero di scegliere il futuro.

Giornata mondiale del Rifugiato 2016: la storia di Aweis

Mi chiamo Aweis. Sono rifugiato. In Somalia ero un giocatore della Nazionale di calcio somala, una promessa dello sport. Vivevo tranquillo insieme alla mia famiglia, avevo accanto gli affetti più cari.
Poi un giorno tutto è cambiato. Con l’arrivo di Al Shabaab ogni forma di libertà e di svago come lo sport, la musica, il ritrovarsi con gli amici, sono stati vietati.
Ho dovuto smettere all’improvviso di giocare a calcio.
Non potevo cedere alle minacce che ogni giorno mi facevano. Con il mio lavoro mantenevo mia madre e le mie sorelle.
Le minacce erano sempre più frequenti e dirette fino a quando alcuni militanti di Al Shabaab hanno fatto irruzione in casa mia per uccidermi. Io non c’ ero e una telefonata di mia madre mi ha salvato la vita: mi diceva di fuggire da Mogadiscio. Ho corso tutta la notte fino a quando dei ragazzi mi hanno fatto capire che l’unico modo per lasciare il Paese era rivolgermi ai trafficanti.
Tutti mi dicevano che il viaggio sarebbe stato breve e privo di difficoltà. Nulla di più falso. Dal Sudan, dove mi avevano lasciato i primi trafficanti, ho continuato il viaggio su un vecchio camion con tantissime persone a bordo.
Attraversare il deserto è stato per me un vero incubo, la parte peggiore del viaggio: dopo poco tempo il motore si è fuso e siamo rimasti bloccati nel deserto per 24 giorni senza soccorsi. Ho visto morire molti dei miei compagni di viaggio. Non bevevo e non mangiavo da giorni e sono svenuto. Mi sono risvegliato in un carcere circondato da militari che per giorni hanno continuato a minacciarmi, a picchiarmi e a chiedere soldi per liberarmi. Solo dopo ho capito di essere arrivato in Libia nella prigione di Sirte.
Dopo tre settimane con l’aiuto della mia famiglia che mi ha mandato dei soldi ho pagato le guardie e sono riuscito a scappare.
Stavo male, ma non potevo fermarmi in Libia. Dovevo continuare il mio viaggio.
Sono arrivato a Tripoli e da una piccola spiaggia sono salito un barcone in pessime condizioni. Ero insieme a moltissime altre persone, la maggior parte erano donne che volevano lasciare quel posto infernale.
Sono arrivato a Lampedusa dopo una notte ed un giorno di viaggio; ero stremato. Sono subito stato trasferito a Roma. I primi mesi sono stati difficili per me: non mi fidavo di nessuno e ho dormito per strada per molto tempo. Il Centro Astalli è stato sempre un punto di riferimento al quale rivolgermi e dove ho trovato dei nuovi amici. Oggi Roma è casa mia. Ho un lavoro stabile, tanti amici e la vita non fa più tanta paura.

Testimonianza raccolta in occasione della visita del Presidente della Repubblica presso il Centro San Saba

20 giugno 2016

Giornata mondiale del Rifugiato 2016: la storia di Parvin

Mi chiamo Parvin, ho 26 anni. La mia famiglia è composta dai miei genitori e da nove figli. Sono rifugiata da quando ho memoria.
Sono nata a Wadrak, una città rurale dell’Afghanistan. Mio padre coltivava la sua terra, che poi era la terra di suo padre e di suo nonno.
Siamo di etnia Hazara, e questo a un certo punto è diventato un problema molto serio. Avevo 4 anni. I talebani sono venuti a casa e non so bene cosa sia successo. Il giorno dopo ci siamo messi in cammino.
Pochissimi bagagli e ancora meno spiegazioni.
Siamo arrivati a Kabul a casa dei nonni materni. Abbiamo vissuto lì un anno. Poi anche lì è arrivata la guerra. Ricordo benissimo i colpi di arma da fuoco che si sentivano per tutto il giorno. Ci nascondevamo di continuo in cantina.
Non potevamo restare. Era troppo pericoloso.
Una notte mamma e papà ci rimettono di nuovo in viaggio.
Questa volta la meta finale è il Pakistan. Abbiamo vissuto per 8 anni in 10 persone in una stanza ad Islamabad.
È lì che ho imparato a cucire tappeti, insieme ai miei fratelli. Avevo 6 anni e ogni giorno dalle 8 del mattino alle 8 di sera andavo in una stanza vicino alla nostra dove viveva un’altra famiglia.
Stavamo con loro tutto il giorno ad imparare a fare i nodi dei tappeti.
Questa formazione , diciamo così, è durata 7 mesi senza che né io né i mie fratelli venissimo pagati per il lavoro che facevamo.
È stato terribile: mangiavamo solo pane, zucchero e te.
Dopo questo primo periodo, una grande azienda di tappeti ha sistemato nel cortile fuori dalla nostra stanza un telaio per farci cucire.
A quel punto riuscivamo a comprare qualcosa in più da mangiare. Di quegli anni mi rimangono dei ricordi e delle mani troppo vecchie per una ragazza della mia età.
Quando avevo 16 anni ho conosciuto in Pakistan mio marito Khan. Lui ha chiesto di prendermi in sposa. Mio padre ha accettato senza riserve. Una bocca in meno da sfamare.
Khan all’età di 23 anni è partito per l’Iran, poi in Turchia. In Grecia si è nascosto sotto il motore di un camion che si stava imbarcando. È sceso ad Ancona quasi morto. Io ho vissuto a casa dei suoi genitori fino a quando non siamo riusciti a fare il ricongiungimento familiare.
Oggi la nostra vita è serena. Ci vogliamo bene. Lavoriamo e ho intenzione di continuare a studiare.
Ho detto alla mia famiglia di questa giornata così importante. Per loro è una gioia immensa. Oggi una ragazza afgana racconta al presidente dell’Italia la storia di una semplice famiglia hazara. È una cosa talmente grande che forse hanno fatto finta di credermi per non farmi dispiacere!

Testimonianza raccolta in occasione della visita del Presidente della Repubblica al Centro San Saba

20 Giugno 2016

Felix: Ci hanno strappato dalle nostre radici, ma siamo ancora capaci di offrire molti frutti

Mi chiamo Felix, vengo dal Burkina Faso. Sono sposato, ho 4 figli di cui due gemelli e la mia famiglia, attualmente, vive con me qui in Italia. Quando sono stato costretto a lasciare il mio Paese mia moglie aveva appena partorito i due gemelli.
È stato molto difficile lasciarli da un momento all’altro. Ma non avevo scelta, la mia vita è stata completamente stravolta.
Ho avuto la possibilità di andare a scuola fin da piccolo e di conseguire una laurea in ingegneria energetica.
In Burkina Faso sono tante le persone che vivono in condizioni di estrema povertà. Sono numerosi i bambini a cui è negato l’accesso all’istruzione.
Per tale ragione ho fondato un’associazione chiamata “Metropole Enfant” per favorire la scolarizzazione delle nuove generazioni.
Fornivamo kit scolastici ai bambini più bisognosi e lavoravamo per l’apertura di nuove scuole nel Paese.
In quegli anni sono stato convocato in più occasioni dai membri del Governo del mio Paese per offrirmi di ricoprire ruoli politici; ogni volta, ho declinato la loro offerta. Il mio lavoro mi appassionava molto e volevo continuare ad svolgerlo al meglio.
Una mattina mentre partecipavo ad un incontro con alcuni dirigenti delle scuole tre militari hanno fatto irruzione nella sala conferenze e mi hanno arrestato senza un reale motivo.
Ho trascorso tre giorni in carcere dormendo per terra, in condizioni disumane con altre 24 persone in uno spazio ridotto senza luce e senza finestre. L’aria era irrespirabile e nessuno si preoccupava delle nostre condizioni di salute.
Una notte, grazie all’aiuto di medico della caserma in cui mi trovavo e che avevo conosciuto tempo prima, sono riuscito a scappare fingendo un malore.
Così ha avuto inizio la mia fuga. Nel giro di qualche settimana sono riuscito a prendere un aereo e mi sono ritrovato in Italia, vivo, ma senza la mia famiglia che ormai mi credeva morto.

Dal momento in cui sono arrivato a Roma è iniziato un altro viaggio attraverso mille peripezie. Con l’aiuto del Centro Astalli ho iniziato le pratiche per la richiesta della protezione internazionale e appena possibile ho fatto il ricongiungimento familiare con mia moglie e i miei figli.
Oggi cerco di ritrovare serenità e stabilità per me e la mia famiglia. Non è facile. Quello che sono stato in Burkina Faso qui non conta nulla. Non posso fare l’ingegnere e non sono certo di poter garantire un futuro sereno ai miei figli.
Spero che la situazione in Burkina Faso cambi in fretta, sogno più di ogni altra cosa di tornare nel mio Paese.

Grazie Presidente perché è venuto ad ascoltare la nostra voce. A nome di tutti i rifugiati voglio chiedere agli italiani di non aver paura. Ci hanno strappato dalle nostre radici, ma siamo ancora capaci di offrire molti frutti, se ci verrà data la possibilità di farlo.

Testimonianza raccolta in occasione della visita del Presidente della Repubblica presso il Centro San Saba

20 Giugno 2016

Saluto al Presidente Mattarella in visita al Centro Astalli

Carissimo Presidente Mattarella,

a nome del Centro Astalli Le do il benvenuto!

Un grazie sincero da parte di tutti noi, in particolare da parte degli oltre 200 rifugiati che sono qui presenti. Loro rappresentano idealmente i 37mila migranti che operatori e volontari del Centro Astalli accompagnano ogni anno.

Grazie di aver risposto al nostro invito.

Il Centro Astalli è la sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati che oggi opera in oltre 50 Paesi nel mondo. Questo è il 35esimo anno della nostra attività in Italia.

Accompagnare, servire e difendere i rifugiati è il cuore della nostra missione, del cammino che ci ha indicato nel 1980 Pedro Arrupe, allora superiore generale della Compagnia di Gesù. Un uomo che aveva negli occhi gli orrori della Seconda guerra mondiale e in particolare gli effetti distruttivi della bomba atomica – era ad Hiroshima quel 6 agosto del 1945 – e che oltre 35 anni fa di fronte ai boat people del Vietnam aveva intuito gli inizi di quella Terza guerra mondiale a pezzi che continua a seminare morte e distruzione generando centinaia di migliaia di profughi.

Ci troviamo oggi nel Centro di accoglienza SPRAR di San Saba, nel complesso della omonima Parrocchia. Questo è il primo centro di accoglienza aperto a Roma dal Centro Astalli. Pochi anni dopo l’apertura della mensa di via degli Astalli, nel 1989 abbiamo iniziato qui a dare ospitalità ai primi rifugiati durante un inverno particolarmente rigido.

1989: anno simbolico per la nostra Europa, cadeva il muro di Berlino. Da quella splendida notte i muri non avrebbero più dovuto dividere il sogno di un continente, casa comune di tante diversità, nato sulle macerie di una sanguinoso conflitto che ci aveva  fatto perdere di vista il cuore del vivere civile, il rispetto della dignità dell’uomo. È per restituire questa dignità ad ogni donna e a ogni uomo ferito e calpestato che lavoriamo da 35 anni ogni giorno.

«Negli occhi dei rifugiati la nostra storia, accoglienza, solidarietà per un futuro comune» è il messaggio scelto dal Centro Astalli per celebrare la Giornata mondiale del Rifugiato 2016. Lei, Presidente ha avuto modo di ricordare a Strasburgo lo scorso novembre  che i migranti di oggi ripetono la tragedia degli ebrei in fuga dal nazismo; delle centinaia di migliaia di prigionieri di guerra che vagavano in Europa, all’indomani della Seconda guerra mondiale, alla ricerca di focolari andati distrutti, dei profughi le cui case e comunità all’improvviso erano entrate a far parte di un altro Paese. Sono gli eredi di coloro che, a rischio della vita, valicavano il Muro di Berlino; dei cittadini che, sfidando i campi minati, cercavano di transitare dall’Ungheria in Austria». I rifugiati ripetono tratti della nostra Storia, sono memoria vivente di quello che anche noi abbiamo vissuto. Lo vediamo nei loro occhi.

Questo è un giorno che ricorderemo come bello e importante e sentiamo la responsabilità di due sottolineature per noi cruciali.

La prima: Questo Centro è nel cuore della città di Roma. Qui quotidianamente tante persone si spendono per accogliere in un quartiere, simbolo di tanti quartieri delle nostre città italiane, chi fugge da guerre, persecuzioni, cambiamenti climatici o povertà. Crediamo marginale chiedersi quanti accoglierne ma, fondamentale chiedersi il perché: occorre accogliere perché i nostri diritti democratici non sono privilegi riservati a noi cittadini europei, ma diritti che devono essere universalmente riconosciuti così come, con un’altissima visione, sancisce la nostra Costituzione.

La seconda: l’urgenza dell’integrazione intesa come cammino in due direzioni di chi accoglie e di chi viene accolto. Il camminare insieme auspicato da sempre dal Centro Astalli, ci sembra una chiave per il futuro. Il popolo italiano di domani sarà la somma della ricchezza delle diversità che oggi noi facciamo convivere, non in una semplice giustapposizione  tra culture e religioni parallele, ma in modo fecondo, arricchendoci delle reciproche diversità.

Caro Presidente ancora grazie per essere qui fra noi, ma soprattutto grazie per le parole che in tante occasioni Lei ha pronunciato cercando di aiutare tutti ad alzare lo sguardo verso un orizzonte di pace; a guardare lontano per programmare con coraggio e intelligenza anche sul tema delle migrazioni, centrale per il futuro del nostro Paese e della nostra Europa.

P. Camillo Ripamonti sj

20 giugno 2016

Giornata del Rifugiato 2016: Negli occhi dei rifugiati la nostra storia

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Negli occhi dei rifugiati la nostra storia.  Il titolo della campagna di quest’anno può essere letto in molti modi. Ne suggerisco alcuni che mi sembra possano aiutarci in questo frangente storico.

Negli occhi. Abbiamo voluto sottolineare gli occhi, per indicare lo sguardo che spesso un rifugiato è costretto a tenere basso, a causa della sopraffazione, dell’umiliazione e della violenza subita. Occhi per dire ciò che quegli occhi hanno visto: tanto dolore, distruzione, morte e ingiustizia. Ma occhi anche per trasmettere un desiderio di bellezza, di giustizia, di vita.  Occhi che guardano in alto che aspirano alla felicità.

In questi occhi c’è il riflesso della nostra Storia: della nostra Storia come cittadini italiani, come cittadini europei, come cittadini del mondo. Quest’anno celebriamo i 70 anni della Repubblica, nata dalle ceneri di una guerra straziante che aveva seminato tanta sofferenza e tanto dolore non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo intero. Negli occhi di tanti bambini, donne e uomini rifugiati possiamo rivedere oggi come riflesso tutto questo. In quegli occhi possiamo rivedere trincee, filo spinato e muri che avevano diviso noi e il nostro continente e nella profondità di questi occhi l’abisso in cui rischiamo di perderci ancora una volta come continente, perdendo di vista ciò che più conta cioè la centralità della persona umana. Ma in quegli occhi c’è anche la possibilità di ritrovare il senso più vero e più profondo del vivere insieme.

E proprio in questo senso, in quegli occhi così espressivi, noi del Centro Astalli, noi, tutti compresi, operatori, volontari, benefattori e amici rivediamo la nostra storia, i nostri 35 anni passati a camminare insieme. La strada percorsa, quello che abbiamo imparato gli uni dagli altri, il mondo che voi rifugiati ci avete aperto, gli errori e le fatiche che abbiamo commesso, il profondo desiderio di un mondo più giusto che ci hanno animato.

Negli occhi dei rifugiati la nostra storia, un intreccio che non si può più separare perché il futuro è storia che faremo insieme. A conferma di questo intreccio di questa storia comune, di questo essere cittadini tutti in questo nostro Paese è bello annunciare oggi che il giorno 20 giugno, giornata internazionale del rifugiato avremo l’onore di avere in visita al Centro Astalli il Presidente della Repubblica Italiana  che nel Centro di accoglienza di san Saba, in forma privata, incontrerà circa 200 rifugiati. Un bellissimo regalo per la giornata del rifugiato e un segno importante di attenzione e saggia lungimiranza di cui siamo profondamente grati al Presidente Mattarella.

P. Camillo Ripamonti