UNHCR: I GLOBAL TRENDS 2019, TRA CONFERME E NOVITÀ

Negli ultimi 10 anni il numero di rifugiati e sflottati su scala mondiale è raddoppiato, passando da 40 a 80 milioni. L’aumento di recente ha registrato un’accelerazione: nel solo 2019 la popolazione rifugiata è aumen-tata di 9 milioni.
È questo il dato macroscopico che emerge dal rapporto Global Trends 2019 dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), pubblicato in occasione della scorsa Giornata Mondiale del Rifugiato: nel mondo c’è un rifugiato ogni 100 persone. A rendere più consistente il dato sono le nuove situazioni di conflitto, come nel caso del Venezuela, che vanno a sommarsi a quelle purtroppo consolidate. Nel 2019, 3,6 milioni di venezuelani sono fuggiti all’estero, aggiungendosi ai 900.000 del 2018 e facendo così salire il Paese al secondo posto mondiale per nume-ro di rifugiati dopo la Siria (6,7 milioni) e prima dell’Afghanistan (3 milioni). Di conseguenza anche il versante dei Paesi che accolgono registra una novità: la Colombia, che ospita 1,8 milioni di rifugiati è il secondo Paese di asi-lo dopo la Turchia (3,9) e prima della Germania (1,5). Tuttavia, se il dato più coinvolgente riguarda quanti fuggono all’estero, non possiamo ignorare che la maggioranza delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria si sposta all’interno del proprio Paese: gli sfollati interni sono 43,5 milioni, quasi il doppio rispetto al 2010 (25 milioni). In proporzione alla popolazione re-sidente, si confermano più accoglienti i Paesi meno dotati di risorse e quelli confinanti con situazioni di conflitto: per ogni 1000 abitanti le isole caraibiche di Aruba e Curaçao ospitano rispettivamente 156 e 99 rifugiati, il Libano 134.Due dati destano particolare preoccupazione e sollecitano la capacità di risposta. Il primo è che il 40% dei rifugiati e degli sfollati interni sono bambini o minorenni spesso in viaggio da soli, senza familiari, indice del profondo impatto delle situazioni di povertà e violenza sulla vita di intere famiglie, che ne restano disgregate e segnate con traumi dolorosi, difficili da superare. Il secondo è la crescente difficoltà per i migranti forzati di ricostruire la propria vita, emergendo dallo stato di necessità. Tra il 1990 e il 2010, infatti,  chi era costretto a fuggire dal luogo di origine col tempo riusciva o a ritornarvi in condizioni più sicure, o a stabilirsi in modo permanente all’estero, in un Paese di asilo, cosicché il numero di rifugiati e sfollati interni si era mantenuto più o meno costante. Nell’ultima decade, invece, è cresciuto il rischio di restare profughi per sempre, in condizioni di vita molto precarie: solo 3,9 milioni di persone sono riuscite a ritornare nel proprio Paese, a fronte dei 10 e 15 milioni delle due decadi precedenti. Nel configurare lo scenario futuro, i Global Trends 2019 indicano i cambiamenti climatici e la pandemia quali ulteriori cause di fuga rispetto a quelle già in atto, quali povertà, conflitti e violazione dei diritti. Di conseguenza, sempre più persone saranno costrette a lasciare il proprio luogo d’origine, ma – come evidenziano i dati – sarà molto difficile, se non impossibile, per loro farvi ritorno. Pertanto, accanto agli interventi di emergenza per fronteggiare in primo luogo la crisi alimentare, è sempre più urgente adottare misure di inclusione socio-economica dei migranti forzati, con un’attenzione particolare ai più vulnerabili, ma portatori di futuro e speranza, quali i minori.

Giuseppe Trotta sj

TORNARE AL CENTRO ASTALLI. LA STORIA DI MOHAMED, LA STORIA DI TANTI

“Sette anni, erano sette anni che non tornavo qui”. C’è una profonda amarezza nelle parole di Mohamed, oggi costretto a cercare di nuovo un aiuto pro-prio nel posto da cui, tanti anni fa, ha iniziato il suo percorso in Italia. La pandemia e il lockdown che ne è conseguito hanno colpito duramente il settore alberghiero nel quale lavora e lui, dopo averci pensato per giorni, si decide e torna al Centro Astalli. Il racconto inizia quasi a voler giustificare la propria presenza e le richieste di oggi. Mohamed arriva dodici anni fa in fuga dal Mali, giovanissimo, pieno di sogni e di speranze, animato dal desiderio di rendersi autonomo. Accede alla mensa e scopre che il Centro Astalli può essergli accanto perché offre molti servizi e perché è un luogo di incontro e di ripartenza. Mohamed traccia passo dopo passo la propria storia di riscatto: si vede riconosciuto lo status di rifugiato, impara l’italiano, segue un corso di formazione e fa un tirocinio. Dopo anni di lavoro precario, ecco finalmente l’occasione di un contratto a tempo indeterminato in un albergo del centro di Roma. Finalmente la sua fidanzata lo può raggiungere, finalmente può vedere il suo sogno prendere forma insieme ad un pancione che cresce, insieme ad un figlio che nasce. Mohamed ora è un uomo che lavora instancabilmente, che risparmia, che non da nulla per scontato. E soprattutto che onora i propri impegni. A marzo di quest’anno però tutto cambia, drasticamente. È costretto a casa dalla pandemia, con la sua famiglia che dipende da una cassa integrazione che sembra non arrivare mai e con le scadenze che invece si presentano puntuali. Pagare il canone dell’affitto è un’esigenza pressante, per lui come per le decine di rifugiati che al Centro Astalli, dal mese di marzo, chiedono nuovamente un sostegno, tornati perché la pandemia, di settimana in settimana, ne ha consumato certezze faticosamente conquistate. Mohamed ci saluta col suo sorriso lieve, quasi accennato; la sua amarezza, per un istante, sembra aver lasciato spazio alla fiducia che, oggi più che mai, si è fatta bene primario.

Cristiana Bufacchi

In ognuno la traccia di ognuno

“I rifugiati non possono continuare a es-sere percepiti come nemici, per questo non possiamo abbandonarli in Libia, lasciarli morire in mare o alle frontiere. In questa pandemia percepiamo che siamo parte di una casa comune, siamo interconnessi più di quanto pensavamo”, P. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, apre così il colloquio sulle migrazioni “In ognuno la traccia di ognuno. Con i rifugiati per una nuova cultura dell’ac-coglienza e della solidarietà”, promosso in occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2020, trasmesso il 17 giugno in diretta streaming su Vatican News. “Viviamo in una società sempre più impaurita e sfiducia-ta, convinta che la diffidenza sia la chiave della sicurezza – ha affermato Paolo Ruffini, prefetto per la comunicazione della Santa Sede, nel suo saluto iniziale – In tanti dividiamo il mondo in due: il noi e gli altri e questo ci porta progressivamente a sognare un mondo fatto solo per noi. Da qui la creazione di capri espiatori che ci preclude non solo di vedere la verità dei problemi ma anche di vivere l’incontro con l’altro e di fare esperienza dell’aiuto reciproco”. Accoglienza e inclusione sono temi che devono trovare spazio nelle agende politiche, secondo la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, intervenuta con un messaggio: “I principi cardine delle politiche europee dovrebbero es-sere la solidarietà, l’equa ripartizione delle responsabilità, la tutela della vita dei migranti e la promozione dei diritti umani, che sono di primaria responsabilità dell’Ue e degli Stati membri nel loro insie me e non solo dei Paesi che affacciano sul Mediterraneoperché l’unica strada percorribile è l’azione sinergica basata su un approccio partecipato capace di realizzare una seria politica di integrazione e protezione, da qui la necessità di riformare il Regolamento Dublino”. Sull’importanza della corresponsabilità si è soffermato il Cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna: “Dobbiamo rendere la pandemia una grande opportunità per essere responsabili gli uni degli altri e per capire come vogliamo stare insieme”. Da qui l’esigenza di promuovere “una politica europea che superi le paura e promuova l’accoglienza e l’inclusione dei migranti”. Secondo Zuppi i canali umanitari e la regolarizzazione dei migranti vanno in questa direzione e pertanto sono misure da sostenere e ampliare.“La cittadinanza e il luogo in cui viviamo non sono un possesso o una proprietà – ha spiegato la filosofa  Donatella Di Cesare –. Abbiamo dunque bisogno da una parte di mettere in discussione l’idea di una democrazia etnocentrica, fondata sui concetti di sangue e suolo, dall’altra di pensare a una nuova comunità che sia degna di questo nome, cioè aperta e ospitale”. Per la professoressa la logica utilitaristica secondo cui apriamo le porte ai migranti perché servono alla nostra economia e al nostro benessere è sba-gliata e fallimentare.

“La mia vita andava bene: poi un colpo di Stato e sono stato portato in un campo militare e torturato. Sono stato in Libia dove ho pensato di morire, ora vivo in Italia tra mille difficoltà, ma un giorno spero di poter riprendere i miei stu-di in legge”. Queste le parole di Moussa, rifugiato dal Mali, che ha aperto l’incontro, perché il pezzo che non deve mancare mai è la voce dei protagonisti, dei rifugiati che ci insegnano con la loro vita quello che scriveva Primo Levi agli amici “In ognuno la traccia di ognuno”.

Donatella Parisi

RIPARTENZA,MA NON PER TUTTI

In queste ultime settimane abbiamo parlato molto della fase 3 della pandemia, di riapertura, ripartenza e ri-presa. Sono molto suggestive le parole di papa Francesco nella Lettera ai movimenti popolari nel mondo del giorno di Pasqua, che descrivono una situazione che accomuna molte persone – tra queste migranti e rifugiati – sulle quali si è abbattuta la pandemia. «Molti di voi vivono giorno per gior-no senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia po-polare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento». Spesso, parlando di migranti e rifugiati, ci limitiamo a discutere della regolarità del loro soggiorno sul territorio europeo, ma avere un permesso regolare non sem-pre è garanzia di esigibilità di diritti. Le garanzie legali attraversano molti aspetti della vita: un regolare contratto di abitazione, un regolare contratto di lavoro (non solo per agricoltori, badanti e colf), bollette intestate al legittimo utilizzatore e si potrebbero fare tanti altri esempi. Vivere giorno per giorno senza garanzie legali significa vivere in una situazione di reale precarietà. È la prospettiva di molte famiglie che il coronavirus ha gettato in una condizione di povertà conclamata, specie molte famiglie di migranti e rifugiati. “I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente” diceva papa Francesco. Chi non ha garanzie legali si trova oggi doppiamente in difficoltà, perché alla crisi – che travolge tutti – va aggiunta la piaga dell’illegalità che rende molti ancora più invisibili e ai margini. Ora che è iniziata la ripartenza le persone più fragili rischiano di restare più indietro. Siamo tutti sulla stessa barca, ma su questa barca non sia-mo tutti uguali, le persone più vulnerabili hanno bisogno di un’attenzione maggiore. Non si tratta solo di mettere in atto azioni assistenziali, necessarie ma solo per una fase circoscritta, c’è bisogno di una reale inversione di tendenza progettuale e lungimirante, di politiche adeguate per quel che riguarda casa, lavoro, istruzione, salute; senza di queste non ci sarà una reale ripartenza per tutti.

Camillo Ripamonti sj

È IMPERATIVO NON VOLTARE LE SPALLE A CHI FUGGE IN CERCA DI SALVEZZA

Sono onorato di contribuire alla presentazione del rapporto annuale del Centro Astalli e ringrazio dell’invito a essere con voi, sia pure in modo virtuale, necessariamente, in questo momento importante per la vita e il lavoro del Centro, che si adopera tutti i giorni a offrire servizi indispensabili a richiedenti asilo e rifugiati in Italia.
Vorrei che la mia presenza fosse anche un segno di riconoscenza professionale e personale per il Jesuit Refugee Service che da 40 anni opera a servizio dei rifugiati in 56 Paesi. Una organizzazione in cui molti anni fa ho lavorato come volontario nei campi dei rifugiati cambogiani alla frontiera thailandese e con la quale ho conservato legami di profonda stima e vero affetto. Sono trascorsi appunto 40 anni dalla tragedia dei boat people che spinse Padre Arrupe a fondare il Jesuit Refugee Service. Da allora la condizione dei rifugiati è diventata sempre più incerta. Oggi le persone in fuga dai e nei propri Paesi e altri che soffrono forme diverse di esilio forzato sono più di 70 milioni e questa terribile cifra continua ad aumentare anno dopo anno; per non parlare dei milioni di apolidi privati del diritto a una cittadinanza. La comunità internazionale stenta a trovare soluzioni ai conflitti e alle crisi che spingono queste persone a fare una delle scelte più difficili che esistano: quella di abbandonare tutto per cercare sicurezza e sostentamento altrove. Il rispetto dei diritti dei  rifugiati da parte degli Stati è anch’esso oggetto di attacchi e limitazioni sempre più gravi. Basta pensare ai tragici naufragi nel Mediterraneo, vicino a noi, ai conflitti che insanguinano da anni la Siria, l’Afghanistan, il Sud Sudan, alle violazioni dei diritti umani in Myanmar, alla profonda crisi che attraversa il Venezuela, solo per citare i casi più noti. La pandemia di coronavirus che stiamo vivendo in questi giorni, e molto intensamente in Italia, ha reso il quadro internazionale ancora più drammatico. Ricordiamoci che il 90% dei rifugiati vivono in Paesi dove le strutture sanitarie sono fragilissime. L’impatto sanitario del Covid-19, se dovesse propagarsi in modo esponenziale anche in questi Paesi, sarebbe catastrofico e il rischio purtroppo è molto reale. Gli effetti sociali ed economici della pandemia sono già tangibili tra chi vive di mestieri alla giornata e salari precari, cioè di quelle opportunità di reddito che spariscono per prime in situazione di lockdown. Noi dell’UNHCR, insieme a voi, ci battiamo perché rifugiati e migranti appunto siano inclusi sia nelle campagne di prevenzione e di cura che nei programmi messi in atto dai governi e dalle istituzioni finanziare internazionali per proteggere economicamente gli strati più fragili della popolazione. Chiediamo anche che le misure intese a proteggere la salute dei cittadini, che possono però avere come effetto secondario quello di limitare l’accesso a Paesi sicuri o la possibilità di chiedere asilo, per quanto comprensibili in queste circostanze, siano ragionevoli e soprattutto provvisorie. È imperativo non voltare le spalle a chi fugge in cerca di salvezza. È possibile sia garantire la salute pubblica che proteggere i rifugiati. Non siamo di fronte a un dilemma. Si possono adottare quarantene e controlli sanitari ma il salvataggio in mare per esempio resta un imperativo umanitario e un obbligo del diritto internazionale. Non dobbiamo permettere che la paura o l’intolleranza minaccino il rispetto dei diritti. L’unico modo per superare questo momento di crisi è di restare uniti e continuare a lavorare ancor di più insieme. Questa crisi mette in risalto l’importanza del lavoro quotidiano del Centro Astalli, di coloro che operano al servizio della popolazione rifugiata in Italia: siete una voce forte, salda, una casa dove ritrovare forza e calore, un punto di riferimento da cui partire per ricostruire la propria vita nonostante le incertezze, le ferite e i traumi. Per noi dell’UNHCR siete un partner indispensabile nello svolgimento del nostro lavoro comune. Quello che avete fatto in questi mesi di pandemia è straordinario: avete messo a disposizione competenze, conoscenze, reti di contatti, risorse economiche. Mi auguro di rivedervi da vicino, presto speriamo, per esprimervi di persona e a nome di tutti i colleghi dell’UNHCR il più vivo, sincero e affettuoso ringraziamento per il lavoro ammirevole che fate a difesa di chi fugge e cerca salvezza.

Filippo Grandi Alto Commissario ONU per i Rifugiati

Discorso pronunciato in occasione della presentazione del Rapportoannuale 2020

CHI È UN RIFUGIATO OGGI? LA STORIA DI PAUL

Paul ha circa 30 anni e viene dal Camerun. Era iscritto al terzo anno di economia ed era uno studente eccellente. Per mantenersi gli studi svolgeva autonomamente delle consulenze informatiche per piccole aziende. La matematica e i numeri sono la sua passione. Fugge dal paese dopo essere stato arrestato e imprigionato più volte per aver partecipato a manifestazioni studentesche contro il rincaro delle tasse universitarie. Nel corso di diverse detenzioni viene costretto dentro una stanza buia incatenato, percosso e minacciato di morte. Rilasciato per la terza volta, temendo di essere nuovamente arrestato e forse ucciso, decide di fuggire dal paese con la giovane moglie. Comincia un viaggio pieno di pericoli attraverso il deserto fino alla Libia. Arrivati in Libia vengono imprigionati a Tripoli in un centro di detenzione informale con 200 migranti. Le condizioni igieniche sono terribili, mangiano pochissimo, dormono per terra, chi protesta viene picchiato duramente. All’interno del campo Paul diviene a poco a poco un leader per gli altri prigionieri. Tratta con i carcerieri per cercare di assicurare a tutti delle condizioni minime di vita. Gli altri migranti lo chiamano le Presì, il Presidente. Alle sue richieste seguono spesso percosse e ritorsioni, anche sulla moglie. Assiste all’uccisione di molte persone e spesso viene costretto insieme ad altri prigionieri a seppellire sommariamente i morti. Sarà solo dopo sei mesi di questo inferno che riuscirà a pagare il riscatto e a imbarcarsi. Sono più di 150 persone su una piccola imbarcazione e riescono ad arrivare in Italia nel 2018. Al Samifo incontriamo Paul grazie all’invio dal centro d’ascolto che sta tentando in tutti i modi di far rivalutare il suo caso a cui era stato assegnato solo un permesso di protezione umanitaria che ormai non ha più valore. Il suo sguardo è spesso assente e nel corso di una visita ci racconta che la sua testa è piena di voci. C’è la voce di un amico ucciso nel campo in Libia, c’è la voce di un bambino che nel campo lo chiamava Presì e che lui proteggeva come un figlio e poi c’è una voce che conti-nua a terrorizzarlo, la voce del carceriere più spietato, quello che aveva diritto di vita o di morte su tutti. Il periodo passato in Libia è stato troppo lungo e troppo violento da essere semplicemente insopportabile e quindi ha causato una frattura nella capacità della sua coscienza di integrare normalmente le esperienze vissute. Ancora una volta sarà la straordinaria intelligenza di Paul ad aiutarlo, in poco tempo riuscirà a capire che non ci sono dei fantasmi a tormentarlo ma che è la sua mente a reagire ancora a un passato così terribile da continuare a vivere dentro di lui e che sarà possibile, piano piano, guarire. Oggi Paul ha ritrovato se stesso, le sue capacità ed è stato in grado di ritornare davanti a una Commissione e questa volta ha potuto raccontare quello che aveva vissu-to nel proprio paese, i motivi della sua fuga e finalmente ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato. La moglie è andata in Belgio perché in Italia le condizioni erano troppo difficili. Si sentono sempre e prima o poi si rincontreranno. Oggi Paul si mantiene a fatica, ma in modo autonomo, con piccoli lavori di artigianato, in particolare è molto bravo ad aggiustare apparecchi elettronici e vecchi orologi. Con il lockdown per l’emergenza sanitaria si è ritrovato senza lavoro e di nuovo in difficoltà. Quando l’ho contattato per chiedergli il permesso di parlare della sua storia mi ha detto di farlo e di mettere il suo nome. Solo mi ha chiesto di farlo al posto suo, senza coinvolgerlo dal vivo, perché i ricordi della Libia fanno ancora troppo male.

Martino Volpatti

Il Rapporto annuale del Centro Astalli

Mentre il mondo è attraversato da una gravissima crisi sanitaria che mette in discussione stili di vita, relazioni e visione del futuro, il Rapporto annuale 2020 restituisce la fotografia di una società in cui la cui vera emergenza non è rappresentata dagli arrivi dei migranti, ma dalle condizioni di precarietà, insicurezza e mancata integrazione che colpiscono richiedenti asil o e rifugiati in Italia. I 20mila rifugiati e richiedenti asilo assistiti dalla rete del Centro Astalli, di cui 11mila a Roma, vivono oggi più che mai vite precarie. Ostacoli burocratici e normative restrittive, se non addirittura escludenti, rendono accidentati i percorsi per il riconoscimento della protezione, per l’accesso all’accoglienza o peggio a percorsi di integrazione. Lo dimostra la richiesta di servizi di bassa soglia che è alta in tutti i territori in cui opera l’Associazione (Roma, Catania, Palermo, Grumo Nevano-NA, Vicenza, Trento, Pa-dova). Dalla lettura del rapporto emergono anche segnali di speranza che giungono dalla società civile: sono oltre 600i volontari impegnati quotidianamente nei vari servizi, insieme agli operatori, al fian-co dei rifugiati; 25.679 sono gli studenti delle scuole me-die e superiori di 15 città italiane coinvolti nei progetti di sensibilizzazione Finestre e Incontri; e circa 40 sono le comunità religiose che fanno esperienza quotidiana di convivenza e reciproca conoscenza con i rifugiati. Immagini di speranza sono anche quelle del fotografo Francesco Malavolta che arricchiscono il Rapporto annuale di quest’anno, commentate da Alessandro Bergonzoni, Melania Mazzucco e Luciano Manicardi. Muri e barriere si rivelano inutili in un momento in cui è evidente che nessuno si salva da solo e che insieme dob-biamo prenderci cura dell’unica casa comune che abitiamo.

 

Il Centro Astalli in cifre:

  • Utenti 2019: 20.000, di cui 11.000 a Roma
  • Volontari: 617
  • Associazioni della rete Centro Astalli: 7
  • Pasti distribuiti: 56.475
  • Persone accolte: 835, di cui a Roma 375
  • Beneficiari dei progetti realizzati: 1.495
  • Studenti incontrati nell’ambito dei progetti Finestre e Incontri: 25.679

l Rapporto annuale 2020 è scaricabile dal sito centroastalli.it, nella sezione “Pubblicazioni”.

Francesca Cuomo

MIGRANTI: COMUNITÀ APERTE SUL MONDO

In una recente intervista al Diario di Papa Francesco, (TV2000, 20 maggio 2020) alla domanda «Tutti noi speriamo in un vaccino, che si trovino presto delle cure per questo virus. Oltre a questo desiderio comune, che cosa si può e si deve sperare?» P. Arturo Sosa, Generale della Compagnia di Gesù, ha risposto che mentre la speranza nel vaccino è tornare alla situazione prima della pandemia, la sua speranza è che questa pandemia ci porti la profondità per capire la nostra responsabilità come umanità. Questa crisi sia un’opportunità per renderci conto che siamo ancora in tempo per prenderci cura della nostra casa comune cambiando stile di vita. Non può bastarci semplicemente proteggerci da un virus con un vaccino, dobbiamo cambiare vita. La speranza da coltivare è che si arrivi a modificare le strutture sociali che oggi creano ingiustizie e diseguaglianze. Sosa conclude dicendo di sperare in un cambiamento del cuore delle persone che porti a una maggiore cura del bene comune. Il virus ci ha mostrato che i confini non esistono, ma nonostante ciò, questa evidenza può trasformarsi in un boomerang: sull’onda della profonda crisi economica che stiamo vivendo corriamo il rischio di tornare ad alimentare, con rinnovato vigore, la lotta contro i migranti: ancora una volta agente esterno su cui scaricare colpe e responsabilità. È purtroppo molto serio il pericolo che i migranti divengano capro espiatorio di democrazie che piuttosto che costruire comunità solidali e partecipate siano sem-pre più sulla difensiva. Ma una democrazia difensiva non può creare una comunità responsabilizzante. Così come nella medicina difensiva il medico per paura di es-sere denunciato si difende dai pazienti e non crea quell’alleanza terapeutica vitale per la cura, così in una democrazia difensiva i rappresentanti politici, per paura di perdere il voto dei cittadini che chiedono di difendere il proprio personale benessere, si riducono a paladini di una somma di individualità in un Paese piccolo come i propri confini o peggio come i propri interessi particolari. Celebrare la Giornata del Rifugiato 2020 oggi significa assumersi personalmente la responsabilità della salute del mondo intero, di un villaggio globale dove tutti siamo cittadini con gli stessi diritti.

Camillo Ripamonti sj

MALTA RESPINGE I MIGRANTI VERSO LA LIBIA

Ad aprile, cinque migranti sono stati trovati morti su una barca bloccata nella zona di ricerca e salvataggio di Malta, dopo che il governo maltese si era rifiutato di soccorrerli.

Altri sette risultavano dispersi. I 51 sopravvissuti sono stati riportati in Libia, trattenuti in condizioni spaventose. La ragione fornita dal governo maltese per chiudere i suoi porti ai migranti: la pandemia di Covid-19. Insieme ad altre ONG, il JRS Malta si è affrettato a condannare questa decisione “scioc-cante” e ha dichiarato in un comunicato stampa: “È inaccettabile che Malta sfrutti la pandemia di Covid-19 per ac-cantonare i suoi obblighi in materia di diritti umani e mettere in pericolo la vita di uomini, donne e bambini”. Eppure questo è esattamente ciò che Malta ha fatto, sebbene sia riuscita a contenere gli effetti della pande-mia mantenendo un tasso di diffusione inferiore alla media e, per fortuna, facendo registrare un numero estremamente basso di decessi: quattro, nel momento in cui si scrive. Il JRS Malta e altre ONG hanno dichiarato: “Temiamo che Malta stia sfruttando l’emergenza sanitaria per privare i migranti della loro dignità umana, nascondendo- si dietro la protezione della salute pubblica”. Il governo ha dichiarato che la situazione rimarrà tale solo per il periodo dell’emergenza. Ma questo non è motivo di conforto. La decisione di usare la pandemia come scusa è sin-tomatica di una tendenza più ampia e profonda che è estremamente preoccupante. Quella di considerare la Libia come un porto sicuro in cui far tornare i migranti, ma non è affatto così. Tutto ciò è diventato chiaro quando i media locali hanno denunciato che le forze armate impediscono a decine di imbarcazioni di migranti di entrare nella zona di ricerca e salvataggio maltese. Se i maltesi capissero davvero cosa succede ai migranti in Libia, allora que-sto approccio disumano sarebbe difficile da giustificare, visto che va contro le norme internazionali sui diritti umani e la decenza comune. Ci sono innu-merevoli rapporti di agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni non governative e giornalisti sulle orribili torture, estorsioni e forme di schiavitù subite dai migranti nei centri di detenzione ufficiali e non ufficiali in tutta la Libia. Si ritiene che circa 1500 migranti siano detenuti in tali centri – o almeno que-ste sono le informazioni in nostro pos-sesso. La cifra reale potrebbe essere molto più alta. Abbandonare i rifugiati per fare in modo che siano riportati in Libia significa accettare l’orribile trattamento che quasi certamente dovranno affrontare al loro ritorno. Lì, inoltre, non hanno realistiche possibilità di presentare domanda di asilo, motivo che ha spinto la maggior parte di loro a lasciare il pro-prio Paese. Il 27 aprile, la maggioranza degli eurodeputati della Commissione per le libertà civili ha chiesto all’Unione europea di non inviare ulteriori fondi in Libia per addestrare la sua guardia costiera mentre la violazione dei diritti umani dei migranti continua senza sosta. Hanno affermato che la Libia non è un “Paese sicuro” per lo sbarco delle persone soccorse in mare e hanno chiesto che la cooperazione con la guardia costiera libica si fermi. Si spera che l’UE faccia proprie le indicazioni dell’Europarlamento, dimostrando una solidarietà più concreta verso gli Stati di confine come Malta, che a sua volta deve smettere di usare scuse quali le mancanze degli altri e la pandemia per rinunciare ai suoi obblighi internaziona-li in materia di diritti umani.

Danielle Vella

* Coordinatrice dei programmi di riconciliazione e coesione sociale del Jrs International

ACCOGLIERE I RIFUGIATI AL TEMPO DELLA PANDEMIA

E i centri d’accoglienza? Come si vive la convivenza doppiamente forzata a causa del virus in questi luoghi dove già normalmente nessuno ha scelto di stare? In questi ambienti eterogenei, dove anche gli operatori e i volontari sono “altri”, “diversi”? Ascoltando i racconti dei protagonisti, si potrebbe riassumere l’esperienza con una battuta circolata sui social media: “Da un mese vivo notte e giorno con i miei familiari. Sembrano brave persone!”. Sì, è questo uno dei risvolti positivi della drammatica situazione che tutti stiamo vivendo: mentre dob-biamo distanziarci da chi è fuori dal nostro ambiente vitale, all’interno del ristretto spazio comune, invece, siamo costretti a una prossimità da cui trarre il meglio, perché tutti abbiamo bisogno del sostegno dell’altro. Così alla fine ci si conosce di più e la percezione del vicino cambia in meglio. Questo soprattutto grazie alle iniziative che operatori e volontari hanno messo in campo per rendere fruttuoso e positivo questo tempo difficile. Un po’ come tanti genitori si sono inventati modi nuovi per stare con i figli e riempire costruttivamente il tempo a disposizione, così le famiglie allargate e variopinte dei Centri di accoglienza hanno reagito con creatività. Innanzitutto si è cercato di non interrompere i percorsi formativi, per quanto possibile. Sospesi i tirocini e i corsi professionali, sono, invece, proseguite le lezioni d’italiano, con tutoraggi personalizzati attivati mediante collegamenti on-line. I bimbi e gli adolescenti in età scolastica hanno potu-to continuare le lezioni grazie ai collegamenti con i loro insegnanti attivati via web. Nei centri per famiglie e donne la regina delle attività è stata la cucina: dai cibi etnici ai più “convenzionali”, preparati con gli ingredienti a disposi-zione o procurati col sostegno di tanti amici del Centro Astalli. Per esempio gli ospiti del Pedro Arrupe hanno visto comparire a sorpresa l’Elemosiniere del papa, il cardinal Krajewski, con un furgone pieno di generi di prima necessità: dall’occorrente per la pulizia personale al latte fresco, la pasta, i biscotti e i cibi in scatola.Al Matteo Ricci la Pasqua è stata festeggiata con un pranzo multietnico, in cui non potevano mancare le uova di cioccolata, trovate dai ragazzi con una caccia al tesoro. A Casa di Giorgia è proseguita la tradizione della “torta del giovedì” e si è introdotta la “pizza al metro… di distanza”. Una caratteristica dei nostri Centri di accoglienza è di avere intorno uno spazio aperto nel quale è stato possibile uscire e muoversi per fare attività sportiva. Nel complesso della Chiesa del Gesù, si è potuto usufruire del cortile interno alla casa, dove le mamme e i figli ospiti hanno imparato ad andare in bicicletta. Tra cadute, scontri e ripartenze, la speranza è di po-ter presto fare una bella pedalata insieme lungo i Fori imperiali.

Giuseppe Trotta sj