DA MARE NOSTRUM A MARE MORTUUM

Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.
Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Mt. 8, 24-25.

L’episodio caratterizzò anche il momento straordinario di preghiera celebrato da papa Francesco in uno dei
frangenti più difficili della pandemia: rimane indelebile il suo incedere sotto l’acqua battente in una piazza San Pietro deserta. Stasera però è a un altro dramma cui volgiamo l’attenzione, quello di tante vite spezzate mentre per terra o per mare erano in cerca di speranza. È una tragedia che da anni bussa alle porte di casa nostra e soprattutto alla porta della nostra coscienza e che potrebbe ancora più tristemente degenerare in un vero e proprio naufragio di civiltà.

Avvenne nel mare un grande sconvolgimento: quanto il Vangelo dice a proposito del mare di Galilea può valere
ai giorni nostri per il Mar Mediterraneo, il nostro mare, luogo di scambio che per secoli ha messo in comunicazione terreferme e popoli distanti, è in tempesta e da tempo è più luogo di scontro che simbolo di incontro.

Attorno alle acque che hanno visto sorgere alcune tra le civiltà più splendide della storia, si assiste a una regressione del vivere comune tra naufragi, morti, scene di rabbia e di miseria, dibattiti e discussioni senza fine, strumentalizzazioni di varia natura e soprattutto tanta, troppa indifferenza. L’antico nome dato dai Romani al Mediterraneo, Mare Nostrum, rischia così di tramutarsi in un desolante Mare Mortuum.

Anche per i discepoli di Gesù quel giorno sembrava sopraggiunta la fine, eppure dice ancora il Vangelo, mentre la barca era coperta dalle onde, egli dormiva.
Il sonno del Signore era certamente fondato sulla profonda serenità d’animo che gli derivava dall’intima fiducia del Padre, ma può essere anche indizio di qualcos’altro:il riposo del Maestro era un’implicita richiesta ai discepoli a rimanere svegli.


Pure sulla questione migratoria, il rischio è quello di rimanere assopiti per poi destarsi di colpo e per breve tempo, quando la cronaca ci mette innanzi agli occhi immagini scioccanti, come quelle recenti dei bambini riversi sulla spiaggia di Zuvarah in Libia.

Tratto dalla predicazione di S. Em. Cardinal Pietro Parolin – Segretario di Stato della Santa Sede in occasione della preghiera ecumenica “Morire di Speranza”, Santa Maria in Trastevere, 15 giugno 2021.

LA SIRIA E I SUOI TRISTI PRIMATI

Negli ultimi 10 anni la Siria ha vinto tanti “premi e primati”, purtroppo nulla di cui poter essere fiera.

La Siria è conosciuta in tutto il mondo come un paese molto pericoloso, è sconsigliato a tutti, persino a me che sono siriano. Ha il più grande numero di sfollati dopo la Seconda guerra mondiale. La maggioranza della popolazione vive sotto la soglia di povertà e ha una delle più grandi percentuali di persone con disabilità a causa della guerra.

Il 50% dei bambini non va a scuola; quelli nati all’inizio della guerra, che ora hanno circa 10 anni, non sanno cosa significhi vivere in un Paese senza guerra. Quando ero piccolo mi piaceva guardare gli aerei nel cielo, adesso invece ai bambini in Siria non piace più, hanno paura che possano cadere delle bombe dopo il loro passaggio.

La storia della Siria è stata una storia di accoglienza per tante persone in fuga: il mio Paese in un passato non troppo lontano, ha accolto rifugiati dell’est Europa, palestinesi, armeni, iracheni, libanesi.

Oggi siamo noi a fuggire, in ogni posto nel mondo c’è un siriano. Purtroppo ci vuole un attimo a trovarsi dall’altra parte, come è stato per me, per la mia famiglia e per tutta la Siria.

La guerra è disperazione, porta le persone a scappare, a rischiare di morire. Si scappa per avere un nuovo inizio, una nuova possibilità. Si è disposti a tutto pur di arrivare finalmente alla pace.

Testimonianza di Wail Halou, rifugiato siriano in Italia in occasione del colloquio delle migrazioni del 18 giugno 2021

RIFUGIATI NELL’ERA DELLO SPID

I rifugiati spesso raccontano, non senza difficoltà, di vissuti drammatici, resi ancor più complessi dalla lontananza dalle proprie radici e caratterizzati dalla necessità di costruire nuove reti sociali a sostegno della propria autonomia. È stata questa la ragione per cui la distanza ha rappresentato, in tempo di pandemia, il primo ostacolo che il Centro Astalli ha voluto provare a superare, pur tutelando la salute di ciascuno, grazie alla riorganizzazione di spazi e modalità di lavoro.
Rappresentare un argine al senso di solitudine e disorientamento manifestato da molti rifugiati ha dato la possibilità a operatori e volontari di affrontare insieme a loro gli effetti più evidenti dell’emergenza sanitaria.

Al dramma della perdita del lavoro e della conseguente impossibilità di sostenersi autonomamente, si sono sommati altri effetti del distanziamento. Le richieste di supporto da parte dei rifugiati nella relazione con la burocrazia, già di per sé complessa, si sono moltiplicate poiché una semplice pratica, come l’ottenimento di uno SPID, è diventata una sorta di “vessatorio videogame” in cui anche chi presume di avere competenze linguistiche e digitali adeguate non si sente perfettamente a proprio agio.

Nel trasferimento sul web della pubblica amministrazione non si è tenuto conto del fatto che questo avrebbe comportato un ulteriore peggioramento delle possibilità di accesso ai servizi per i rifugiati.
Le espressioni “distanziamento sociale” e “distanza sociale” sono sovente diventate intercambiabili e non solo per pura approssimazione lessicale, ma per la stretta correlazione fra loro.

Il distanziamento in realtà ha evidenziato e aumentato la distanza sociale fra i rifugiati e il resto della società, in una dinamica in cui l’accesso ai servizi pubblici e ai diritti è diventato sempre più incerto. Al Centro Astalli ci confrontiamo con una nuova frustrazione, quella di avere strumenti e competenze e di rischiare comunque di non trovare una soluzione al problema perché la digitalizzazione non è stata declinata secondo la chiave della semplificazione. L’auspicio è che la pubblica amministrazione digitalizzata stringa presto un patto di alleanza anche con le persone fragili con l’obiettivo di ridurre sempre più la distanza fra istituzioni e cittadini tutti e che allo stesso tempo sia nuovamente la vicinanza il cardine di tale rapporto, in un migliorato equilibrio tra spinta innovativa e inclusione sociale.

In fondo si tratta di richieste semplici, ma essenziali per sentirsi parte attiva e autonoma di una collettività, come per Shahab che vorrebbe prendere un appuntamento all’Agenzia delle Entrate, Meryem che vorrebbe fare lo SPID per iscriversi al bando per l’assegnazione di una borsa di studio, Abdou che vorrebbe fare l’abbonamento annuale ai mezzi
pubblici.

CEUTA E MELILLA: FILO SPINATO E DIRITTI NEGATI AI MIGRANTI CHE SOGNANO DI ENTRARE IN EUROPA DALLA SPAGNA

Continuano le tensioni tra Marocco e Spagna per via di quanto sta accadendo a Ceuta e Melilla, dove migliaia di migranti, in gran parte giovanissimi, da maggio hanno raggiunto l’enclave spagnola in territorio africano a nuoto o scavalcando le recinzioni.

Ceuta e Melilla sono città autonome spagnole sulla costa nordafricana le cui frontiere con il Marocco sono sempre state tradizionalmente aperte.
Con l’ingresso della Spagna nell’area Schengen sono stati mantenuti i tradizionali controlli di polizia sui documenti prima di imbarcarsi per la penisola iberica, ma le frontiere sono state riempite di recinzioni per impedire l’ingresso dei migranti subsahariani che hanno cominciato ad arrivare negli anni ‘90. Accade quindi che ai migranti e ai rifugiati – principalmente originari di Mali, Guinea, Costa d’Avorio e Burkina Faso – impossibilitati per mancanza di denaro a continuare il viaggio tentando la traversata verso la penisola iberica in barca o sui gommoni dei trafficanti conosciuti come “Zodiac”, non resti alternativa che provare a saltare le alte recinzioni che separano il Marocco dall’enclave spagnola.

Altri migranti e rifugiati, in particolare algerini, tunisini, egiziani, palestinesi, siriani, iracheni, riescono invece a passare i controlli di frontiera con più facilità perché spesso scambiati per cittadini del Marocco. Tra loro, molti riescono ad “affittare” documenti marocchini e solo quando arrivano al controllo spagnolo mostrano il proprio passaporto per poter chiedere la protezione internazionale. Discorso diverso invece per i migranti originari dello Yemen, facilmente individuabili dalla polizia che impedisce loro di attraversare la frontiera: la loro unica alternativa è tentare di arrivare in Spagna a nuoto. A causa della pandemia, il Marocco ha chiuso i valichi di frontiera terrestri il 14 marzo 2020 e non li ha ancora aperti. Come gli yemeniti, anche i sudanesi, i ciadiani, persino alcuni eritrei, continuano a tentare la traversata a nuoto. Alcuni migranti e rifugiati dell’Africa occidentale hanno tentato di saltare la recinzione, in particolare quella che si trova alla fine della diga a sud che separa la spiaggia di Melilla dal porto di Beni Enzar.

Nel maggio 2021 circa 10mila persone sono entrate a Ceuta in quella che è stata un’azione di pressione politica e diplomatica marocchina più che una vera e propria crisi migratoria. A parte questo episodio – che meriterebbe una trattazione a sé – gli ingressi registrati a Ceuta e Melilla non sono stati molto numerosi nella prima metà del 2021: 474 a Melilla e 626 a Ceuta.

Queste città rappresentano per i migranti territori di transito: anche se il tempo che le persone vi trascorrono prima venga autorizzato dal Governo spagnolo il loro trasferimento nei centri di accoglienza sulla terraferma è esageratamente lungo. Vediamo tunisini e algerini bloccati per anni, soprattutto a causa delle pressioni diplomatiche della Francia, che rappresenta la principale destinazione per molti di loro. Tutto ciò non fa altro che complicare una situazione già difficile per molti, in particolare a Melilla, città dove il Jesuit Refugee Service ha una sua sede operativa.

I migranti si ritrovano a vivere in centri di soggiorno temporaneo dove hanno letto e cibo, a volte una tenda come
riparo, ma l’assistenza sanitaria è carente e le misure di integrazione inesistenti. Accade inoltre che la polizia, per
paura di alimentare il cosiddetto “pull factor” con la conseguente crescita del flusso migratorio, ostacoli la libera circolazione sul territorio spagnolo alle persone che hanno fatto richiesta di asilo a Ceuta o a Melilla, anche se sono
in possesso di documenti (la legge li obbliga solo a comunicare i cambiamenti di indirizzo) e nonostante la giurisprudenza della Corte Suprema si sia pronunciata in maniera chiaramente opposta su questa illegittima privazione di libertà di movimento.

Maggiori informazioni sul lavoro del SJM – Servicio Jesuita a migrantes sono disponibili nella sezione “Southern Border” del sito: sjme.org/en/southern-border/

P. Josep Buades Fuster – Coord. del team SJM-Frontiera Sud

I PASSI Avanti di M. e della sua famiglia, in fuga dalla guerra siriana

M. ha 28 anni e viene da Homs, in Siria, città tra le più devastate dalla guerra che da dieci anni dilania il paese. Per questo la famiglia di M. è scappata in Libano e da lì ha raggiunto l’Italia.

“Siamo stati accolti a Trento, nel 2016 mio fratello più grande e sua moglie con i loro cinque figli e poi, qualche tempo dopo, anche io, mia mamma F., come me nella foto, e i miei due fratelli più piccoli, uno dei quali ha con sé anche la moglie” dice M.

Da allora, tante cose sono cambiate nella vita di M.

Ha imparato l’italiano, ha cominciato a lavorare come operaia e le sono nate due nipotine. Purtroppo a causa del Covid l’azienda in cui lavorava ha chiuso e lei ha perso il lavoro. Ma M. non si dà per vinta. “Uso questo tempo per migliorare l’italiano, imparare a usare il computer e prendere la patente” dice.

M. adesso sta cercando una nuova casa per sé, sua madre e suo fratello. Possono pagare l’affitto grazie allo stipendio del fratello di M., ma trovarla è comunque difficilissimo. “Ho visitato 7 agenzie, ho visto 12 case” spiega M. “ma in un modo o nell’altro, non funziona mai. Molti padroni di casa e agenti immobiliari non mi richiamano, altri dicono che la famiglia è troppo numerosa, anche se siamo solo in tre, altri ancora sono perfino scortesi.”

M. non lo dice ma dietro a queste difficoltà si nascondono anche diffidenza e pregiudizi. Grazie al progetto PASSI Avanti, M. è ora seguita da un operatore che la aiuta nella sua ricerca, monitorando siti e annunci e dandole una mano nelle telefonate e con le visite.

“T. ci sta aiutando molto” dice M. “ci troviamo bene qui, i ragazzi lavorano, i miei nipoti ormai parlano italiano alla perfezione e gli piace la scuola. Spero davvero di riuscire a trovare un posto nostro qui a Trento, vicino ai miei fratelli e alle loro famiglie, allora potremmo davvero sentirci al sicuro.”

RISCOPRIAMO IL VOLTO DELL’OSPITALITÀ

Finalmente in Italia e in Europa si ricomincia a guardare con speranza al futuro. Ora la sfida che ci attende è non ripartire dal punto nel quale la pandemia ha fermato il mondo. Sarebbe un grave errore. Occorrono invece un pensiero nuovo, uno sguardo nuovo per costruire un nuovo noi. Ecco perché è fondamentale, mentre timidamente scopriamo il volto dalle mascherine, scoprire un modo nuovo di incontrare il volto dell’altro, il volto dell’ospitalità. Uno degli episodi più noti della Bibbia che si raccontano del padre Abramo è quello alle Querce di Mamre dove incontra tre pellegrini misteriosi, e fa un esercizio di ospitalità che diventa generativo per il futuro. «Il Signore riprese: “Tornerò da te fra un anno a que-sta data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio” […] E Sara rise» (Genesi 18, 10-12).

Il riso di Sara rappresenta forse meglio il nostro atteggiamento fino ad ora: un po’ disilluso nei confronti di un futuro che non siamo riusciti a immaginare diverso, schiacciati da egoismi e paure. Oggi invece è necessario uno sguardo creativo per trovare soluzioni nuove, per aprire strade in cui il compagno di viaggio diventa senso di un cammino che ha come orizzonte comune la promozione umana e la giustizia sociale.

Facciamo una nuova rivoluzione copernicana: finora abbiamo pensato che il nostro mondo fatto di certezze, affetti, sicurezze, fosse il mondo da difendere e proteggere. E invece proviamo a sperimentare una vita in cui anziché trincerarsi dietro muri fisici, politici e culturali ci si apra all’altro, al suo essere, al suo desiderio di felicità.

Proviamo ad accogliere anziché respingere, proviamo a metterci in ascolto delle ragioni dell’altro, a metterci nei suoi panni, proviamo a vivere come se il bene più prezioso da difendere fosse il bene comune. Ribaltando prospettive e punti di vista, ciò che minaccia diventerà ciò che va accolto e protetto. Chi arriva in fuga da guerre, persecuzioni, discriminazioni e ingiustizie sociali ci fa paura perché ci mostra ciò che potrebbe toccare a noi se non ci decidiamo a costruire la pace ogni giorno senza distrazioni o approssimazioni. Sentiamoci finalmente responsabili del mondo e di chi lo abita e riscopriamo finalmente il volto luminoso dell’ospitalità.

Camillo Ripamonti sj

Chi è oggi un rifugiato? Marcel, Stevan, Mary, Abdul: volti diversi di un mondo che non trova pace

La Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato del 1951 compie ben 70 anni. Nata dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, chi la scrisse e chi la ratificò lo fece nella convinzione che gli orrori appena vissuti non sarebbero mai più tornati, che le tragedie causate dai totalitarismi del secolo scorso sarebbero state vaccino efficace contro ogni violenza e conflitto.

È storia vissuta che le aspettative purtroppo furono tradite da nuove guerre, orrori inediti, persino genocidi, mettendo in fuga il numero impressionante di più di 80 milioni di persone.

Chi è un rifugiato? Questa domanda rivolta a operatori e volontari del Centro Astalli richiama alla mente tanti volti, tante storie, tanti incontri fatti in 40 anni di servizio in favore di chi arriva in Italia in fuga da guerre e persecuzioni.

Rifugiato è Marcel che in Camerun insegnava inglese e si stava per laureare in legge, fino a quando sono entrati in casa sua e hanno picchiato sua moglie per farsi dire dove si fosse nascosto. Manifestava per i diritti degli studenti anglofoni del Camerun e questo gli è costato caro.

Ha attraversato tanti confini, anche se come dice lui l’Africa i confini non ce li ha, sono formalità cui nessuno fa caso: “O meglio non ci fai caso fino alla Libia, poi lì le cose cambiano e se non stai attento rischi di finire in carcere, di essere torturato e ucciso senza capire neanche perché. Sono rimasto in Libia un mese, chiuso in una stanza di 4 metri. Eravamo in 50, dormivamo per terra, all’aperto, sen-za bagni e il cibo arrivava solo quando i nostri carcerieri se ne ricordavano. Poi un giorno ci hanno fatto salire su una barca, eravamo moltissime persone, troppe per stare tutti insieme in acqua. Siamo arrivati vivi in Sicilia, ancora non mi spiego come sia potuto accadere”.

È rifugiato Stevan che è scappato dall’Iraq perché il suo villaggio, abitato da una comunità di cristiani, è stato raso al suolo dall’Isis: tutto distrutto, tutto a fuoco, tutto perso. “Ricominciare in Italia è davvero dura, studiare mi piacerebbe ma devo lavorare per sopravvivere” dice.

È rifugiata Mary, in fuga dal’Etiopia. Oggi vive da sola a Roma tra mille difficoltà e una figlia da crescere: “Il lavoro non c’è, la pandemia ha complicato moltissimo tutto. Più di ogni altra cosa vorrei tornare a casa mia ad Addis, essere madre come lo è stata la mia, con una famiglia che ti aiuta, ti sostiene e non ti lascia mai. Qui non ce la faccio proprio. Ma se torno lo so che mi ammazzano come hanno fatto con mio marito e mio fratello”.

E poi c’è Abdul che arriva dal Gambia e lui il riconoscimento dello status di rifugiato non lo ha ottenuto. Ha ricevuto un diniego dalla Commissione Territoriale cui ha raccontato la sua storia e quella della sua famiglia: “Sono scappato perché non c’era cibo, perché avevo fame e la terra dei miei nonni, coltivata dai miei genitori, non dava più frutti, perché non piove da troppo tempo, ogni anno il raccolto è più povero, perché la siccità non dà tregua”.

Oggi a distanza di 70 anni lo status di rifugiato ha assunto definizioni e volti nuovi, motivi e cause da cercare anche al di fuori della persecuzione individuale. Non prendersi cura del mondo, deprivarlo delle sue materie prime, non ascoltare il grido di dolore di un pianeta sofferente significa che milioni di persone continueranno il loro cammino verso un mondo più giusto.

Donatella Parisi

SAN SABA: UN MODELLO GENERATIVO AI TEMPI DELLA PANDEMIA

“Ho affrontato trafficanti, deserto e onde del mare. Ero un ragazzo, ma sapevo che c’erano dei luoghi sicuri e che stavo lottando per salvarmi. Ora ho paura per il mio futuro: questo virus è un nemico invisibile da cui non si può fuggire e nessuno sa quando finirà”. Parlava così durante il primo lockdown P. G., un rifugiato di 20 anni originario del Senegal, ospite del centro d’accoglienza di San Saba all’Aventino.

Oggi la prospettiva è cambiata e ci stiamo proiettando verso la ripresa, ma resta un senso di incertezza, perché la pandemia ci ha costretti a ridefinire più volte i percorsi di integrazione e di autonomia che erano stati intrapresi, segnando profondamente il vissuto degli ospiti. Nonostante tutto, il centro ha dato prova di adattamento e capacità di reazione: le quarantene hanno cambiato le abitudini quotidiane e richiesto un forte impegno che, unito al senso di responsabilità, ha portato all’accettazione di restrizioni e regole comportamentali del tutto nuove: “Stare in comunità ci pone di fronte a responsabilità condivise ora più di prima. Vivere tutti la stessa situazione di costrizione ci unisce e ci rende più solidali” (I. B., 47 anni rifugiato dall’Eritrea).

Per quanto possibile si è cercato di volgere in bene le costrizioni imposte dalle norme di sicurezza e così alcuni ospiti hanno potuto anche recuperare e sviluppare competenze nuove o sopite: “Nel mio Paese ho sempre svolto l’attività di sarto, ma qui a Roma mi sono adattato ad altri lavori, lasciando da parte questa mia passione. In questo periodo di quarantena ho scoperto nuovamente il piacere di cucire e creare abiti. Sento di essermi riappropriato di una parte di me” (B. M., 25 anni dal Gambia).

Come durante il primo lockdown, la disponibilità di spazi esterni si è rivelata una risorsa preziosa per aiutare i rifugiati ad affrontare positivamente la situazione, in particolare attraverso la realizzazione di un orto sociale.

Agli ospiti del centro sono state fornite, anche grazie al progetto SAI, le attrezzature necessarie per creare le strutture adatte, come le recinzioni di legno da riempire di terra per avere delle coltivazioni rialzate, e questo ha attivato la loro creatività, facendo emergere le loro competenze e dando loro modo di metterle a servizio della comunità.

L’opera è ancora in fase di realizzazione, ma vedere le prime piante crescere e produrre frutto è un grande segno di speranza e di rinascita, anche per gli abitanti del quartiere che frequentano la Parrocchia di San Saba e che si fermano a osservare incuriositi, chiedendo come possono collaborare.

Giuseppe Trotta sj

L’UOMO IN CAMMINO NELL’OPERA DI FRANCO BATTIATO

Franco Battiato durante tutta la sua vita ha cercato di comprendere, attraverso l’esperienza artistica, gli aspetti fondanti ed essenziali dell’esperienza umana, che sono, principalmente, l’essere in movimento e la spiritualità che si immerge e si trasforma nella religione e nella cultura.

Il movimento è espresso dai numerosi nomi delle città citate nelle canzoni, che appartengono, soprattutto, alle zone del Medio Oriente, dell’Africa o dei Balcani; esse divengono anche simbolo di culture arcaiche, ancestrali, culle della nostra civiltà oppure luoghi martoriati da conflitti. E così troviamo Ninive e Cartagine, due città che devono essere distrutte, secondo il Libro di Giona (3,4) e secondo Catone – Carthago delenda est – oppure Istanbul, collegata a Venezia, crocevia di culture orientali, con gli «stessi palazzi addosso al mare», oppure le più moderne situazioni di conflitto, con «gli studenti di Damasco, vestiti tutti uguali», o «l’ira funesta dei popoli af-ghani».

Gli uomini per Battiato sono camminanti, viaggiatori, spesso non per tu- rismo, ma alla ricerca di un senso della vita ostacolato, negato, come canta in “Nomadi”: «Camminatore che vai Cercando la pace al crepuscolo».

La pace, inoltre, è in costruzione, non è una situazione data, ma costruita dagli stessi esseri umani, attraverso l’apertura all’altro: «I viandanti vanno in cerca di ospitalità» e in netto contrasto con le prevaricazioni e le arroganze dei potenti, come canta in Povera Patria: «Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali / che possa contemplare il cielo e i fiori, / che non si parli più di dittature, / se avremo ancora un po’ da vivere… / la primavera intanto tarda ad arrivare».

L’essere in movimento genera processi culturali profondi e molteplici modi di intendere il divino. L’essenza delle religioni per Battiato contiene la ricer-ca dell’armonia e della pace, all’inter-no di contrasti, di lotte per raggiungere il bene, come mostrano alcune sue opere colte che ha rappresentato.

Il profondo desiderio di pace è mo-strato anche nella “Messa arcaica”, una composizione per soli coro e orchestra, con la tradizionale successione di Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei e la cui prima rappresentazione fu eseguita, in maniera significativa, nella Basilica di San Francesco, ad Assisi nel 1993. E così anche la relazione con il sufismo e la sua pra-tica danzante, che simboleggia una riflessione sulla rotazione del cosmo, un movimento danzante che è essere tutt’uno con la pace e l’armonia contenuta nel cosmo, come canta in Voglio vederti danzare (1982): «Voglio vederti danzare come i Dervisches Tourners / che girano sulle spine dorsali o al suono di cavigliere del Katakali. / E gira tutt’intorno la stanza / mentre si dan-za, danza e gira tutt’intorno la stanza / mentre si danza».

Come mostra il percorso artistico di Battiato, la pace è una ricerca che procede dall’essere umano, è quel desiderio che porta a uscire fuori di sé per cercare non solo un luogo dove poter vivere e crescere, ossia affondare le radici, ma dove incontrare l’altro e accoglierlo con sguardo divino.

Claudio Zonta sj

I PASSI Avanti di A.

A., 26 anni, è arrivato a Padova dalla Somalia quattro anni fa, quando è stato costretto a lasciare la sua casa a causa della violenza diffusa dal gruppo terroristico Al-Shabaab e ad allontanarsi dalla sua famiglia, dalla moglie e dai suoi tre figli piccoli.


Agli operatori di Popoli Insieme ha espresso il suo bisogno e desiderio di autonomia lavorativa e abitativa.
Oggi A. è ospitato nell’appartamento di cohousing messo a disposizione dal progetto, ha intrapreso un importante percorso di orientamento lavorativo e soprattutto, nell’attesa di trovare lavoro e di poter far venire in Italia sua moglie e i suoi figli, si dedica allo studio dell’italiano e si sta impegnando per conseguire la patente.


“Mi piace avere molti programmi e cose da fare ogni giorno, imparare cose nuove e tenere la mente occupata. Non è più come prima che non avevo un obiettivo, avevo molti pensieri e mi preoccupavo talmente tanto che non riuscivo più a dormire. Adesso so cosa mi piacerebbe migliorare e dove mi piacerebbe arrivare.”


La forza del progetto PASSI Avanti è anche questa, spronare le persone a mettersi in gioco, non mollare e impegnarsi sempre, fino in fondo.