LIBERI DI SCEGLIERE SE MIGRARE O RESTARE

Il tema della 109a Giornata del Migrante e del Rifugiato credo sia a un livello di comprensione del fenomeno migratorio molto più alto rispetto al comune dibattito che riguarda tale questione. Infatti ne evidenzia la complessità e sprona a una riflessione profonda che spesso non abita le argomentazioni dei dibattiti attuali: «i flussi migratori dei nostri giorni sono espressione di un fenomeno complesso e articolato la cui comprensione esige un’analisi attenta di tutti gli aspetti che caratterizzano le diverse tappe dell’esperienza», si legge nel testo del messaggio di Papa Francesco scritto per la Giornata. In non poche occasioni abbiamo sentito slogan o affermazioni del tipo: “Aiutiamoli a casa loro!”, “Non possiamo accoglierli tutti”, “Perché partono se poi sanno che mettono a rischio la propria vita e quella dei loro familiari?”, che non sono in genere espressione di un reale intendimento del fenomeno, ma piuttosto di preoccupazione per sé e meno per coloro che migrano in maniera forzata. «Al fine di eliminare queste cause e porre così termine alle migrazioni forzate è necessario l’impegno comune di tutti, ciascuno secondo le proprie responsabilità. Un impegno che comincia col chiederci che cosa possiamo fare …» queste le parole del Pontefice.
Ma anche quando entità statali e sovranazionali si ritrovano al tavolo delle discussioni e si riflette su un piano di investimenti sull’Africa, spesso non si fa l’interesse del Continente africano.
Dobbiamo chiederci allora anche «cosa dobbiamo smettere di fare. Dobbiamo prodigarci per fermare la corsa agli armamenti, il colonialismo economico, la razzia delle risorse altrui, la devastazione della nostra casa comune», sottolinea Papa Francesco. Contribuire perché si possa essere liberi di scegliere se migrare o restare
deve diventare uno sforzo congiunto a livello internazionale che va al di là dei confini dei singoli Stati, attraverso una condivisione delle risorse che smetta di penalizzare chi queste risorse le detiene e chiami in causa anche i nostri stili di vita.
«Ovunque decidiamo di costruire il nostro futuro, nel Paese dove siamo nati o altrove, l’importante è che lì ci sia sempre una comunità pronta ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare tutti, senza distinzione e senza lasciare fuori nessuno».

Camillo Ripamonti sj

GIORNATA DEL RIFUGIATO: POCO DA CELEBRARE, TANTO DA RIPENSARE

Celebriamo la Giornata Mondiale del Rifugiato mentre in Europa continua la guerra in Ucraina, con le sue drammatiche conseguenze di morti, distruzioni e sfollati. Oltre a questo, molti altri conflitti nel mondo segnano la vita di milioni di persone. Celebriamo la giornata del rifugiato quando sulle coste del sud dell’Europa arrivano migranti che sfidano il mare su barche fatiscenti, assistiamo immobili alla morte di centinaia di persone, a decine di respingimenti. Celebriamo la giornata del rifugiato mentre in Libia, in base agli accordi sanciti con l’Italia, continuano a essere detenuti migliaia di uomini, donne e bambini. Sulla rotta balcanica, da dove arrivano notizie di tensione in Kosovo, centinaia di persone partecipano al macabro “game”: provare e riprovare ad arrivare in Europa respinti più volte con violenza e misure coercitive illegittime dalla polizia di frontiera. Celebriamo la giornata del rifugiato mentre gli sfollati in Italia, a causa delle alluvioni, vivono il medesimo dramma di milioni di persone nel mondo, anche loro sfollate per il clima, senza che uno Stato si prenda cura di loro. Celebriamo la giornata del rifugiato mentre a molti è impedito migrare, bloccati nei propri continenti, confondendo queste politiche di chiusura con il diritto a non migrare. Celebriamo la giornata del rifugiato mentre è in corso da anni il dibattito sul diritto d’asilo in Europa, ma sempre e solo in una prospettiva restrittiva.
Celebriamo la giornata del rifugiato mentre per tutte queste ragioni il diritto alla protezione internazionale è più che mai necessario e al tempo stesso in pericolo.
Con esso sono in gioco i diritti di tutti, perché quando limitiamo la possibilità di chiedere asilo a coloro a cui è impedito nei propri Paesi l’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla nostra Repubblica, mettiamo in pericolo anche per ciascuno di noi le stesse libertà. Allora celebrare la giornata del rifugiato nel 2023, a 75 anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana, vuol dire prendere sul serio l’allarme che oltre cento milioni di rifugiati stanno lanciando al mondo intero. Ce lo ricordava Hannah Arendt nel suo saggio, Noi rifugiati del 1943: «I rifugiati scacciati di terra in terra, rappresentano l’avanguardia dei loro popoli – purché mantengano la propria identità […] Il consesso dei popoli Europei è andato in frantumi quando si è consentito che i membri più deboli venissero esclusi e perseguitati».

Camillo Ripamonti sj

Giovani e rifugiati

UNA NUOVA NARRAZIONE DELLE MIGRAZIONI È POSSIBILE

“Poterti guardare negli occhi, conoscere il tuo nome e ascoltare la tua storia, è un grande regalo che fai a noi ragazzi. Ci insegni che qualsiasi cosa accada nella vita, in fondo c’è sempre speranza”.
Con queste parole Chiara, una studentessa all’ultimo anno della scuola media, ringrazia Moussa, rifugiato del Mali e testimone del progetto Finestre – Storie di rifugiati. A conclusione di un anno scolastico, che ha visto i rifugiati incontrare migliaia di studenti delle scuole medie e superiori con i progetti didattici del Centro Astalli, portiamo con noi la bellezza dell’incontro, la ricchezza dello scambio e una rinnovata consapevolezza dell’importanza di sensibilizzare i giovani su temi come quello delle migrazioni, attraverso lo strumento della testimonianza di chi racconta le drammatiche conseguenze dei conflitti, della mancata tutela dei diritti umani e degli effetti della crisi climatica che erodono interi Paesi e mettono in ginocchio le popolazioni.
L’incontro tra giovani e rifugiati ha in sé una portata innovativa che scardina luoghi comuni e rappresentazioni emergenziali. È un radicale cambio di prospettiva ad opera di chi nutre costantemente la speranza di costruire una pace fondata su una rinnovata idea di solidarietà che ci vuole un’unica famiglia umana.
Questa speranza, che ogni giorno entra in classe sulle gambe dei rifugiati e delle rifugiate, è la stessa che ritroviamo nel coraggio delle giovani donne dell’Iran che rischiano la loro vita manifestando in difesa dei propri diritti. È nella sofferenza delle donne afgane a cui è stato negato il diritto all’istruzione, al ricevere cure adeguate e alla partecipazione al mondo lavorativo in piena libertà. È nell’audacia di tutti coloro che sfidano la repressione di un governo autoritario in nome della democrazia. È nella speranza dei migranti
in fuga da guerre e persecuzioni che cercano il loro futuro in un’Europa sempre più chiusa e respingente.
In questo momento, è fondamentale che la società civile italiana ed europea siano accanto a tutti quei popoli che soffrono, dando spazio a una narrazione corretta che dia voce a chi si vede negato l’accesso a una vita dignitosa ed è, per questo, costretto a fuggire. Tutto ciò le nuove generazioni ce lo insegnano con l’esempio dell’empatia, dell’ascolto e del desiderio di conoscere.
“Veniamo quotidianamente bombardati a livello mediatico di informazioni su migranti, richiedenti asilo e rifugiati, ma raramente viene raccontata la storia di chi è costretto a lasciare la propria casa, la propria famiglia, la propria terra per fuggire dalle bombe, dalle persecuzioni e dalle terribili conseguenze del cambiamento climatico che noi giovani, in particolare, sentiamo l’urgenza di contrastare. Vogliamo
un mondo più giusto, un mondo in cui i diritti umani non siano una mera utopia, in cui nessuno debba più scappare in cerca di protezione, un mondo senza muri o confini. La vostra testimonianza ci spinge a chiedere che questo mondo sia davvero possibile. Dobbiamo costruirlo noi, qui, adesso. Non è mai troppo tardi per restare umani”. Così Marco, uno studente al quarto anno di liceo, ci saluta al termine di un incontro.

Luisa Rolli

ESSERE RETE PERTURBATIVA

L’incontro delle realtà territoriali del Centro Astalli

Nella giornata del 5 maggio le realtà delle Rete Territoriale del Centro Astalli, Bologna, Catania, Trento, Palermo, Vicenza, Padova, Roma si sono confrontate sul cammino quotidiano al fianco dei migranti e sulle sfide e le difficoltà che il futuro prospetta per chi vive ai margini. È stata anche l’occasione per concludere “Comunità resilienti”, un progetto della durata di 18 mesi che ha avuto lo scopo di tutelare e rafforzare l’inclusione lavorativa delle persone fragili particolarmente esposte alle ripercussioni sociali ed economiche della pandemia. Ivo Lizzola, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università degli studi di Bergamo, ci ha guidati in una riflessione sul senso, le prospettive, i rischi e le opportunità di essere reti sociali, che accompagnano le persone più in difficoltà, aiutandoci ad avere uno sguardo critico, sul lavoro e sulla missione di una rete.
Molti i temi affrontati, come quello della cooperazione e quello cruciale della marginalità. In apertura del suo intervento, Lizzola ha sottolineato l’importanza e l’efficacia della rete ai fini di un impatto sociale che sia utile e perturbativo.
“Una rete infatti funziona solo se ha chiara la propria missione con la stessa tensione di apertura verso un unico orizzonte”. Una rete serve ad avere una strategia a lungo termine, una visione forte, fatta di alleanze e per far nascere delle esperienze di soglia nelle quali sostenere la ricerca di una nuova vita che non rinunci alle troppe dimensioni del sé, come a volte è la vita marginale. Chi si occupa di persone tenute ai margini ha il dovere, sebbene da diverse prospettive, diversi luoghi e servizi, di accompagnarle verso un percorso di autonomia all’interno delle comunità.
“Eppure le reti a volte rischiano di venire travolte dentro il corpo delle marginalità”, generando nelle persone una lettura di se stesse spesso ridotta all’essere solamente portatori di bisogni, rischiando così di riconfermare l’identità marginale come tale.
“Così facendo collaboriamo a una sorta di imprigionamento del sé, dentro quella sclerotizzazione che alla persona che vive una vita ai margini pare necessaria per difendersi dal dolore nel confronto con i fallimenti, con i ricordi degli affetti, delle ferite subìte”, aggiunge il prof. Lizzola. La rete al contrario, non dovrebbe servire a catturare, ma a trovare dei riverberi, che permettano il riconoscimento dei diritti e della dignità di ciascuno. Per attivare questo meccanismo, una rete dovrebbe essere perturbativa e non accomodante, e quindi, non contribuire a normalizzare la marginalità ma a rimescolare le carte in gioco. “Lo scopo della rete infatti è quello di fare qualcosa di concreto tessendo forme di sostegno reciproco”. Nel nostro lavoro incontriamo persone, non condizioni e bisogni e per questo è necessario contribuire a costruire sogni, cammini, evoluzioni di storie, nell’ottica di arginare la produzione di meccanismi di esclusione nell’area della marginalità. La perturbazione è questa, essere un po’ esigenti e capaci di capire dove posso arrivare, le mie potenzialità e i miei limiti nell’aiutare l’altro. È per questo abbiamo bisogno della rete.

Valentina Pompei


La rete delle comunità resilienti

Si sono concluse a maggio le attività di “Comunità resilienti – Misure integrate per l’inclusione di persone in condizioni di fragilità economica e sociale”. Il progetto, coordinato dal Centro Astalli e finanziato dall’Avviso 2/2020* del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, si è realizzato in dieci regioni italiane grazie al coinvolgimento e all’impegno di 13 realtà della Rete territoriale del Centro Astalli e del Jesuit Social Network.
In un contesto generale dominato dall’onda lunga della pandemia e dalle sue ripercussioni sulle fasce di popolazione più fragile, “Comunità resilienti” ha permesso di rafforzare l’inserimento lavorativo e l’uscita da condizioni di fragilità di oltre cinquemila tra rifugiati, migranti, minori in situazioni di disagio, reclusi e persone in stato di difficoltà economica o sociale.
Sono state svolte azioni che hanno permesso ai beneficiari di intraprendere e sviluppare nuovi percorsi
di avviamento al lavoro, di formazione (attraverso corsi specifici, laboratori professionalizzanti, anche per i minori, workshop per il miglioramento delle competenze linguistiche, corsi di empowerment), anche grazie al sostegno diretto volto a tutelare le situazioni di maggiore vulnerabilità.

*Per il finanziamento di iniziative e progetti di rilevanza nazionale ai sensi dell’articolo 72 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117 e s.m.i. – anno 2021

SHAHIDA, TRACCE DI LIBERTÀ

100 ARTISTI AL FIANCO DELLE DONNE RIFUGIATE

Nuovo progetto musicale, in continuazione con Yayla – musiche ospitali, per il Centro Astalli in collaborazione con l’Appaloosa records, in uscita il 20 giugno in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2023.

Il titolo pensato è “Shahida. Tracce di libertà”: Shahida è un nome di donna; in arabo vuol dire testimone. È anche il nome della giocatrice della nazionale di hockey del Pakistan morta nel naufragio al largo di Steccato di Cutro dove hanno perso la vita 94 persone di cui 35 bambini. Il focus che si vuole evidenziare in questo ampio triplo album di canzoni e di testi recitati e musicati, è la condizione femminile all’interno dei processi di migrazione. Si vogliono sottolineare non solo le difficoltà in cui le donne si imbattono nelle terre di origine da cui spesso sono costrette a scappare – come si può osservare dalle tante notizie drammatiche che provengono dall’Afghanistan, dall’Iran, per citare solo due esempi su cui anche i media pongono i riflettori – ma anche quel continuo essere in pericolo durante i viaggi e anche successivamente in quel fragile e labile inserimento in una società, quella occidentale, che troppo spesso rimane ancorata a stereotipi e a condizionamenti culturali che ostacolano in maniera evidente l’emancipazione della
donna, ancor più quando è straniera o immigrata.
Shahida non è un progetto femminista e neanche al femminile, ma rappresenta uno spazio di dialogo musicale e di speranza che parte dalle tante voci di artisti che con grande passione hanno aderito a questa iniziativa.
Antonella Ruggiero, che possiamo considerare un po’ la madrina di questo album, reinterpreta il celebre
brano di Battiato, “Povera patria”, insieme a Oleksandr Iarmola per opporsi alla guerra in Ucraina, che continua a mietere vittime, tanti civili, troppo spesso donne e bambini. La musica, inoltre entra nel carcere femminile di Pozzuoli dove la cantautrice napoletana Marilena Vitale si mette in un dialogo musicale con una ragazza della Tanzania, per far sì che i muri delle carceri possano risuonare di speranza e di sogni nuovi.
Come in un sogno, leggero e veloce, la cantante italo canadese Sara Jane Ceccarelli, fa librare nell’aria la
sua canzone “Libellula”, in cui i pesi e la gravità dell’esistenza non hanno l’ultima parola sulla vita. Amir Issaa, rapper romano, che ha vissuto le leggi della strada delle periferie, attraverso la musica rap e hip-hop trasforma la sua rabbia in una valvola di sfogo positiva e trova la forza per raccontare al mondo la sua storia e quella di tutti i ragazzi e le ragazze che vivono il disagio di sentirsi stranieri in qualsiasi luogo perché la terra stessa troppo spesso è ostile.
La poetessa Ana Varela Tafur, già citata da Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica “Querida Amazonia”, declama le donne dell’Amazzonia costrette in una continua fuga che sembra non avere mai fine.
L’album è dedicato a Mariana Mareme Mbaye, ospite del Centro Astalli per tanti anni, cantante, sportiva, amante del basket, che con quel sorriso contagiante sembrava far dimenticare almeno per un attimo le tante fatiche affrontate per ottenere un riscatto sociale e una vita dignitosa.
Ci ha lasciato improvvisamente per una malattia, ma la sua canzone “Maman”, dedicata alla propria mamma prima di partire per il viaggio della speranza, continua a risuonare nel vento, in un arrangiamento scritto da Francesca Buonpane e musicata da molti suoi amici che l’hanno conosciuta al Centro Astalli.

Claudio Zonta sj


OSIAMO DI PIÙ PER NON LASCIARE INDIETRO NESSUNO!

Sono state oltre 100 milioni le persone nel mondo costrette a lasciare la loro casa nel 2022 per varie cause, prime fra tutte la guerra, non solo quella in Ucraina, per quanto la sua vicinanza e la sua drammaticità ci continuino a tenere con il fiato sospeso. Le guerre, molte, troppe nel mondo, che insanguinano interi territori e seminano morte e distruzione a scapito di tanti civili inermi costretti a fuggire, non per la loro irresponsabilità ma per la nostra.
Ma le cause della fuga di donne, uomini e di molti minori sono anche altre. Tra queste i cambiamenti climatici e la continua violazione dei diritti umani dovrebbero francamente preoccuparci. Sì, perché, se diamo per assodata la nostra indifferenza di fronte alla tragedia di tanti migranti forzati che chiedono asilo, dovremmo essere almeno egoisticamente preoccupati per il nostro futuro e per quello della nostra casa comune. Invece no! I politici sono talmente accecati dal loro presente elettorale e ci coinvolgono in una cecità che non sa cogliere nel dramma di tanti esuli la ferita per il futuro di tutti.
Dalla lettura del Rapporto annuale del Centro Astalli emerge chiara la fotografia di un 2022 in cui sono stati frapposti ostacoli e impedimenti nel percorso di milioni di persone migranti.
Donne, uomini e bambini abbandonati in mare o respinti alle frontiere di un’Europa che, preoccupata dalla difesa dei propri confini, si è persa in una sconfinata disumanità. E l’Italia, che con furbizia si nasconde sempre più spesso dietro la responsabilità di una mancanza di solidarietà europea, continua a stringere le maglie di un’accoglienza progettuale, pur di fronte all’evidenza di una Storia ingiusta che fa bussare alle nostre porte migliaia di persone. Invece, la crisi ucraina ha dimostrato che soluzioni nuove e percorribili per l’inclusione di migranti forzati sono possibili.
Ecco allora l’immagine del 2022 dei rifugiati: un mondo in fuga sempre più disuguale e frammentato; un’Europa senza il coraggio della fraterna accoglienza, che pure in parte ha dimostrato con gli ucraini; un’Italia resa piccina da una politica senza visione, con una società civile che c’è, ma che dovrebbe osare di più per non lasciare indietro nessuno, soprattutto i più fragili.

P. Camillo Ripamonti

EDUCAZIONE AMBIENTALE AI TEMPI DEI FRIDAYS FOR FUTURE

Negli obiettivi di Fridays For Future c’è la volontà di rendere consapevole la popolazione sulle tematiche ambientali e sociali correlate al cambiamento climatico.

Crediamo che una grossa parte di questa responsabilità spetti alla Scuola. Ormai si parla sempre più di crisi climatica e si lavora per una transizione ecologica. È un processo in atto e irreversibile e come “FFF” abbiamo avuto l’onore e la responsabilità di spingere verso questo cambiamento. Ora si tratta di velocizzarlo per raggiungere i target climatici già stabiliti fra Stati e migliorare quelli che ancora non sono abbastanza ambiziosi.
In tutto ciò, l’educazione non solo ha un ruolo privilegiato, ma anche essenziale. Il 16 giugno scorso il Consiglio europeo ha adottato una raccomandazione in cui chiede agli Stati membri di incentivare programmi legati alla transizione ecologica. Può bastare un’ora di Educazione civica alla settimana? Possono bastare alcuni interventi di noi “FFF” nelle scuole per educare a una nuova società? Non bastano solo ore sparse in cui si parla di clima ed emissioni di gas serra, ma servirebbero laboratori sulle rinnovabili, swap party di vestiti per educare all’inquinamento dell’industria tessile, mense sostenibili, progetti sulla cittadinanza attiva e tanto altro. In tutte queste attività la scuola può essere il fulcro di una vita comunitaria, un luogo di dibattito e di ricercazione.
Spesso, molti insegnanti non si espongono per paura di “influenzare i ragazzi”, perché ancora troppo giovani. Si dice anche che ci vorrà tempo per vedere dei cambiamenti nell’azione climatica. Ma da chi dovrebbe partire questo cambiamento se escludiamo la relazione fra adulti e ragazzi?
Quando dovrebbe essere spinta una riflessione su questi temi se non proprio ora, nel decennio decisivo per invertire la tendenza di emissioni (dobbiamo raggiungere il picco di emissioni al 2025 per poi dimezzarle al 2030)?
In questo discorso ha molta rilevanza il fattore demografico, in quanto va ad aggravare tutte le altre crisi in corso: migrazioni ambientali, povertà estrema in aumento, mancanza di investimenti in settori chiave, tracollo del settore culturale, disuguaglianze generazionali e dibattito pubblico e mediatico scadente ecc. Il mondo rimane imprigionato nei vecchi schemi mentali sebbene vedremo nei prossimi 30 anni membri delle generazioni millennial e Z nelle posizioni apicali.

Dunque, di quali visioni avranno bisogno e quali soluzioni realistiche e rapide servono? Pensiamo solo per esempio al fatto che se ci fosse un impianto da 20kW su ognuno dei 40mila edifici scolastici allora potremmo dare energia a 400mila famiglie, collegate alle reti degli impianti fotovoltaici tramite la comunità energetica.
Questo è il modo per mettere in rete l’energia autoprodotta, abbassare le bollette, “scambiare” l’energia con le famiglie e migliorare la solidarietà della comunità. Ma soprattutto liberare spese dall’energia fossile verso l’energia rinnovabile: l’educazione.
Ora più che mai sono necessarie azioni positive che portino in seno tutte le dimensioni citate, atte a istruire e a educare l’allievo alla vita in comunità. I ragazzi e le ragazze a scuola hanno dimostrato di voler conoscere e risolvere la crisi climatica o, perlo meno, di essere più sensibili. Negli ultimi vent’anni di alternate stagioni politiche italiane ed europee, la speranza si è arenata. Allora la speranza diventi strumento e mezzo con il quale raggiungere i nostri obiettivi. Molto altro dobbiamo fare per costruire un presente e un futuro intenzionato alla sostenibilità e all’educazione.

Marzio Chirico

Portavoce Friday For Future

LA PROSSIMITÀ CHE GENERA IL CAMBIAMENTO

Sono tanti i rifugiati che vivono in strada a Roma, Trento, Padova, Catania o Bologna: emerge chiaramente dai dati del Rapporto annuale che presentiamo in questo numero. Spesso hanno permessi di soggiorno scaduti o in corso di rinnovo, talvolta non riescono a presentare domanda di asilo. Sono soli, per lo più giovani. In assenza di politiche sociali strutturali e inclusive hanno bisogno di un incontro che cambi la rotta di percorsi che, se non sono accompagnati fin dal primo giorno, rischiano di perdersi e aggrovigliarsi in città in cui il pericolo dell’invisibilità è ancora troppo alto.
Via degli Astalli 14/A è un presidio di solidarietà per molti che vivono in strada a Roma. Un luogo in cui sono i volontari a fare la differenza.
Il “signore” di cui parla Ali nelle sue parole raccolte da Maria Vittoria Torresi, ematologa, volontaria dell’ambulatorio è l’instancabile Renzo Giannotti, farmacista in pensione che dedica da anni le sue giornate al Centro Astalli. A lui, a Maria Vittoria e agli altri 700 volontari, che ogni giorno rendono possibile accompagnare i rifugiati nelle otto città italiane in cui il Centro Astalli opera, va il nostro grazie perché più di tutto ci mostrano, realizzandolo ogni giorno, che un altro mondo è possibile.

Il mio nome è Ali Kaba e vengo dalla Somalia.
Sono arrivato al Centro Astalli perché alcuni miei amici mi avevano detto che lì potevano aiutarmi. Non ho ancora il permesso di soggiorno con me, lo sto rinnovando per cui ho bisogno di avere una residenza vera, ma vivo vicino la stazione Termini e in Questura non accettano la residenza che ho, in via Modesta Valenti. Ho la tessera sanitaria scaduta dal 2018 e il medico lo avevo preso quando stavo nel campo di prima accoglienza, ma una volta uscito non sono più andato da lui e ora non mi ricordo più dov’è. In strada è duro vivere: ho delle coperte e vestiti, ma il freddo quando arriva lo senti forte, forte. Sono abituato a vestirmi leggero, in Somalia fa sempre caldo!
Spesso la notte mi fa male forte la testa, le mani e i piedi non li sento più, sembra come se non li avessi. Il raffreddore e la tosse poi sono sempre con me. Il giorno vado in giro, arrivo quando c’è il sole alto a Piazza Venezia e aspetto che apra la mensa così almeno entro, mi riscaldo un po’ e mangio.
Un giorno un signore mentre facevo la fila mi ha visto, mi ha chiesto come stessi perché tossivo molto. Gli ho raccontato che la notte prima alcune persone si erano avvicinate e mi avevano rubato tutto. Ho aspettato al gelo della notte l’arrivo del giorno.
Sono andato con un amico in ospedale, mi hanno visitato, hanno detto delle cose difficili e mi hanno dato un foglio. Ho fatto vedere all’uomo il foglio dell’ospedale mentre stavo in fila per mangiare e mi ha detto che avevo la polmonite, ma non ho capito bene cosa fosse. Sul foglio c’era scritta la cura e le medicine da prendere che però non potevo comprare, perché non lavoro e la schiena mi faceva tanto male. Il signore mi ha fatto entrare, mi ha fatto sedere e mi ha dato le medicine spiegando il modo in cui dovevo prenderle e mi ha detto: “Prendile e vieni a dirmi come ti senti nei prossimi giorni!”
Adesso è passato più di un mese, torno tutti i giorni a mangiare alla mensa e passo a salutare il signore che mi ha fatto passare il dolore che avevo, lui mi dice che ora sono guarito e io sono contento!

Accompagnare, servire e difenderei rifugiati in Italia oggi

Il 2022 è stato l’anno in cui le sirene della guerra sono tornate inaspettate a farsi sentire forte alle porte dell’Europa. È stato l’anno in cui gli Stati dell’Unione hanno accolto oltre 4,4 milioni di profughi in fuga dagli orrori dell’Ucraina e sembravano aver mosso dei passi sulla via della consapevolezza che le migrazioni sono un fenomeno globale e complesso che richiede uno sforzo di coesione. Una consapevolezza che invece non si è dimostrata altrettanto matura di fronte ad altre tragedie e ad altri migranti.
È stato l’anno in cui si è continuato a distogliere lo sguardo da quanto accade nel Mediterraneo, dove in assenza di canali di ingresso legali e sicuri continuano a morire migliaia di persone.
E mentre l’Europa appare smarrita e ripiegata su se stessa, perdendo così di vista ancora una volta i propri valori fondanti, in Italia non si smette di gridare all’emergenza per 105.129 migranti, di cui 13.386 minori non accompagnati, arrivati via mare nel 2022.
Mentre 170mila cittadini ucraini sono giunti in Italia nel corso dell’anno: la maggior parte ospitata da connazionali già residenti nel Paese, e solo un 20% in strutture d’accoglienza pubblica, fugando così un’iniziale apprensione per l’impatto che la guerra avrebbe avuto sul sistema nazionale.
La Rete del Centro Astalli in Italia nel corso dell’anno ha accompagnato 18mila rifugiati e richiedenti asilo, di cui 10mila nella sola sede di Roma, la maggior parte provenienti da Nigeria, Somalia, Mali, Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Ucraina. È quanto emerge dal Rapporto annuale 2023, la descrizione di un anno di attività e servizi della sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. È stato l’anno in cui la mancanza, spesso cronica, specialmente nel Nord Italia, di posti nell’accoglienza istituzionale è emersa in tutta la sua criticità: molte le persone provenienti dalla rotta balcanica, che si trovano a dormire all’addiaccio o in ricoveri di fortuna pur avendo fatto domanda di asilo in Italia.
È stato l’anno in cui è emersa in tutta la sua criticità e urgenza la mancanza di opportunità abitative autonome per i rifugiati oltre l’accoglienza istituzionale.
È stato l’anno in cui si è registrato un aumento del numero delle vulnerabilità fisiche, sanitarie e psicologiche di cui le persone sono portatrici, cui corrispondono difficoltà maggiori nel vedersi garantiti diritti basilari e l’accesso alla protezione. Alcuni degli ostacoli più incomprensibili e inattesi che i rifugiati incontrano in Italia sono infatti proprio quelli burocratici: dalle file interminabili fuori dalle Questure per presentare richiesta di asilo, al rischio di marginalizzazione e di poter accedere ad alcuni diritti causato dal digital divide.
Emerge dalla lettura del Rapporto l’urgenza di una riflessione su cosa significhi protezione dei rifugiati oggi in Italia e come essa si declini concretamente nella vita quotidiana delle persone.
Lo dobbiamo ai giovani rifugiati che accogliamo e accompagniamo. I volti di alcuni di loro sono ritratti nelle pagine del Rapporto annuale.
Il loro stare insieme, il loro impegno sono una spinta a credere con sempre maggiore convinzione che un mondo di pace sia possibile.

È possibile consultare il rapporto su www.centroastalli.it o richiederne gratuitamente una copia cartacea scrivendo ad astalli@jrs.net

Il Centro Astalli nel 2022 in cifre

Utenti assistiti18.000 di cui 10.000 a Roma
Volontari707
Sedi territoriali8
Studenti incontrati con i progetti Finestre e Incontri27.855
Persone ospitate in strutture d’accoglienza1.308, di cui 240 in progetti di semi-autonomia

Francesca Cuomo

IN QUESTO ANNO DI GUERRA

No, l’esercito russo non è andato in rotta. No, le sanzioni non hanno affondato l’economia russa. No, gli oligarchi non hanno organizzato un colpo di Stato contro Putin.
No, la Russia non ha finito i missili. No, non ci sono state armi che hanno cambiato il corso della guerra anche se ogni volta che ne è stato (e ne viene) fornito un nuovo tipo all’Ucraina è presentato come “game changer”.
Un anno dopo l’invasione russa dell’Ucraina e dopo un anno di incessante marketing della guerra, sul conflitto nel cuore d’Europa abbiamo poche certezze.
Sappiamo che si continua a morire, civili e militari, numeri che entrambe le parti nascondono.
Sappiamo che l’industria bellica sta facendo affari come non accadeva da decenni. Sappiamo che l’orologio del giorno del giudizio è a meno novanta secondi dall’apocalisse, mai così vicino ci ricorda il Bulletin of the Atomic Scientist.
In questo anno di guerra il “Pensiero Unico Bellicista” ha corroso la democrazia nel nostro Paese, un viscido stigma è stato scagliato su tutti i costruttori di pace, trattati nella migliore delle ipotesi come al soldo di Putin.
La voce dei pacifisti è scomparsa dalla conversazione pubblica e dallo spazio mediatico, occupato dagli opinionisti con l’elmetto, promotori di un bellicismo sganciato dalla realtà che insegue il miraggio della vittoria. Sin dalla primavera appare chiaro che la situazione bellica è in stallo, che non esiste soluzione militare.
Per dirla in breve: l’Ucraina non può vincere e la Russia non può perdere. Eppure continua a prevalere l’idea che la pace sia possibile solo dopo la vittoria; perfetta applicazione di quella cultura dello scarto di cui parla Papa Francesco: la pace ridotta a scarto della guerra.
Un anno dopo abbiamo però anche un’altra fondamentale certezza: chi chiede pace perché sin dall’inizio non ha creduto alla soluzione bellica, perché fermarsi ora significa sottrarre vite al tritacarne della guerra, chi chiede pace perché parlarsi “costa meno” è dalla parte giusta della storia. È anche dalla parte della maggioranza del popolo italiano, come confermano i sondaggi. Ed è ora di fare in modo che le nostre voci vengano ascoltate.

Nico Piro

Foto: Sergi Camara/Entreculturas


MALEDETTI PACIFISTI.
Come difendersi dal marketing della guerra

Nico Piro, giornalista e inviato speciale del Tg3, da tempo la guerra la vede da vicino, prima come inviato in Afghanistan, poi a Mosca per raccontare il conflitto tra Russia e Ucraina. Ragiona e scrive, nelle pagine del suo ultimo libro“Maledetti pacifisti. Come difendersi dal marketing della guerra” (People, 2022), della vendita del “prodottoguerra” e della sua narrazione che ne fa male necessario dall’alto valore morale.
Un libro che vuole provare a smontare il dilagante “pensiero bellicista” e fornire all’opinione pubblica gli strumenti per distinguere la verità dalla rappresentazione.